Decreto e numeri

Il nulla osta alla fattura in Italia dei cosiddetti vini Nolo (no-low alcol) è di fine 2024 (3 anni dopo il via libera europeo), ma solo lo scorso 5 gennaio è stato pubblicato sulla gazzetta ufficiale il decreto interministeriale del 28 dicembre 2025 che ha definito la normativa fiscale e le accise per la produzione di vino dealcolato.  In pratica la misura delle tasse sull’alcol ottenuto con il processo di dealcolazione.

Uno sblocco atteso con ansia da tutte le aziende che hanno già in portafoglio questo genere di prodotti, ma sono state costrette fin qui a farli produrre oltre frontiera, in particolare Spagna, Germania e Francia, sobbarcandosi i pesanti costi di trasporto. «Sono sempre di più le imprese italiane pronte a investire sulla categoria dei dealcolati e questo provvedimento rappresenta una svolta per operare in condizioni di parità competitiva rispetto agli altri produttori europei», sostiene Paolo Castelletti, segretario generale di Unione italiana vini. «Basti pensare che, producendo in Italia, le aziende potrebbero ridurre i costi di almeno il 15%».

Dunque pronti via? Per la verità prima di accendere le macchine le aziende hanno ora bisogno del nulla osta da parte dell’Agenzia delle Dogane e dell’Ispettorato Repressione Frodi cui devono fare regolare istanza. Ma il dado è tratto.

Secondo l’Osservatorio di Unione italiana vini, il comparto Nolo è uno dei pochi a crescere in un contesto mondiale di forte difficoltà per il vino. Attualmente la fetta di mercato  nel mondo vale 2,4 miliardi di dollari ed è destinato a raggiungere i 3,3 miliardi di dollari entro il 2028. In particolare gli alcohol-free italiani (fino ad oggi prodotti all’estero) rappresentano in Usa il 6% del totale vendite vini a zero gradi, quota che sale all’11% sulla piazza tedesca e al 24% su quella britannica.

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