
L’articolo da Il corriere della sera 3-11-2025
Sono le sentinelle di oltre 304 mila ettari vitati e rappresentano più di 2,3 miliardi di bottiglie in commercio: è questo il peso e l’impegno dei 35 maggiori Consorzi di Tutela vini del mercato italiano. Realtà che hanno il polso delle più importanti aree viticole del Paese e la tutela delle relativi vini o denominazioni, per dirla con gli addetti ai lavori. I consorzi non entrano nel merito del giro d’affari dei singoli vini, ma senza dubbio, le denominazioni tutelate, rappresentano tutte insieme un valore economico molto vicino a 9 miliardi di euro, vale a dire quasi la totalità dei 9,3 miliardi certificati nel 2024 da Valoritalia per le denominazione di vino Dop e Igp. In pratica il valore economico dei vini tutelati dai 33 Consorzi incide per oltre il 64% sul giro d’affari 2024 dell’intero mercato vinicolo italiano, pari a 14,5 miliardi, secondo l’Osservatorio dell’Unione italiana vini. La tabella presenta la graduatoria di 35 dei consorzi più grandi del mercato, in base al numero di bottiglie, ma contiene anche altri dati significativi come la produzione in litri, l’estensione dei vigneti e la quota coltivata a biologico. Si parte dal maggiore in assoluto, il Consorzio del Prosecco Doc presieduto da Giancarlo Guidolin: 28 mila ettari di vigne per lo più di uva Glera (mamma del Prosecco), una produzione 2024 di 495 milioni di litri e 660 milioni di bottiglie in commercio. Queste bollicine venete, facili e sbarazzine, hanno una diffusione mostruosa in tutte le latitudini, in particolare in Usa dove rappresentano in valore il 31% di tutte le vendite di vino italiano. Risultato alimentato anche dalle altre due tipologie di Prosecco. Accanto alla più semplice doc, usatissima anche per i cocktail, si impongono Infatti le versioni di Prosecco più pregiate, tutelate a loro volta dai rispettivi Consorzi: il Conegliano Valdobbiadene Prosecco docg presieduto da Franco Adami, al vertice della piramide qualitativa, con oltre 94 milioni di bottiglie, e il più piccolo e raffinato Prosecco Asolo Montello di cui è presidente Michele Noal che ne porta sul mercato circa 33 milioni. Insieme, le tre tipologie rappresentano 39.100 ettari di vigneti. Secondo l’Osservatorio Uiv Vinitaly, la triade del Prosecco rappresenta oggi a valore l’87% delle vendite di spumanti italiani negli Usa. Non a caso il Veneto, culla del denominazione, si conferma, anno dopo anno, come la maggiore regione esportatrice d’Italia.
Dopo la corazzata Prosecco, sale sul podio il Consorzio vini Doc delle Venezie che si estende per tre regioni e di cui è re indiscusso il Pinot grigio doc, bianco famoso nel mondo, e in particolare in Usa. Presieduto da Luca Rigotti, il Consorzio conta 27 mila ettari in produzione per 230 milioni di bottiglie e sta lavorando, tra l’altro, per abbassare il grado alcolico del suo vino di punta. Prosecco e Doc delle Venezie guidano la compagine del Consorzi veneti in classifica che comprende altre significative denominazioni molto note al grande pubblico, anche internazionale. Si parte dal Consorzio dei vini della Valpolicella sotto la guida di Christian Marchesini (Amarone, Ripasso, Valpolicella sono le sue bandiere): una delle attività distintive di quest’area è quella della raccolta delle uve per l’appassimento in Valpolicella, un’operazione tutta manuale che in vendemmia vale 120 mila giornate di lavoro. Segue il Consorzio Soave presieduto da Cristian Ridolfi che si prende cura del suo bianco tipico, il Soave, tipologia diretta per il 50% all’estero. Chiude il più piccolo Consorzio Collio presieduto da Luca Raccaro: ha avviato una fase di rilancio del suo magnifico territorio ricco di vini: dal Friulano, al Sauvignon, alla Ribolla gialla, ai Merlot.
Sul terzo gradino del podio ecco il Consorzio vini d’Abruzzo: realtà che risponde di 33mila ettari vitati, oltre la metà destinati al Montelpulciano d’Abruzzo, il vino bandiera della regione che rappresenta l’80% della produzione Doc, affiancato da due fratelli in crescita, il Cerasuolo dal colore rosso ciliegia e il bianco Pecorino. Dopo anni di quantità l’Abruzzo ha messo al centro la qualità e il valore del suo vino fino al punto da bloccare temporaneamente la produzione per ottenere un rapporto più equilibrato tra domanda e offerta. Presieduto da Alessandro Nicodemi il consorzio punta anche alla promozione sui mercati internazionali che già assorbono il 70% del prodotto.

Sotto il podio altri due Consorzi con oltre 100 milioni di bottiglie ciascuno. Sono entrambi in Emilia Romagna: il più grande è il Lambrusco Doc, rosso familiare e molto diffuso all’estero, cui fanno capo ben 6 tipologie di lambrusco, tra cui le più note Sorbara, Salamino o Grasparossa. Il mondo Lambrusco conta 9700 ettari in produzione e porta sul mercato 143 milioni di bottiglie, dati che comprendono anche il Lambrusco Emilia igt controllato dal consorzio tutela vini Emilia. Realtà dirette entrambe da Giacomo Savorini, che in un contesto segnato dal calo dei consumi, possono contare su un prodotto che risulta in linea con i tempi per la sua immediatezza e gradazione alcolica contenuta. Sono 101,8 milioni le bottiglie controllate dal Consorzio Vini di Romagna presieduto da Roberto Monti, cui spetta la tutela dei vini prodotti nelle province di Imola, Forlì Cesena, Ravenna e Rimini: i più tipici Sangiovese e Albana. L’Emilia Romagna, grande produttrice di vino, fa tris in classifica con un altro Consorzio più piccolo, presieduto da Carlo Piccinini, dedicato essenzialmente alla produzione di Pignoletto, vino frizzante tipico dei colli bolognesi: 2400 ettari per 17 milioni di bottiglie.
Sono solo 5 i Consorzi che rispondono di più di 100 milioni di bottiglie. Numeri che sono sempre legati al trend del mercato. Mai difficile come oggi. Contrazione dei consumi, problematica dazi, geopolitica, guerre, nuovi gusti dei consumatori condizionano infatti l’andamento delle denominazioni, con ricadute più pesanti per i vini rossi (-6,8% è il calcolo di Valoritalia). Se la cavano meglio i vini bianchi e in particolari gli spumanti (+5%), ma il comune denominatore per tutti è salvaguardare il valore del prodotto, anche abbassando le rese di uva per ettaro, e investire verso vini più versatili e contemporanei.
Una riduzione delle rese per ettaro del 20% è per esempio la scelta strategica del Consorzio Chianti presieduto da Giovanni Busi per dare più forza a questo rosso toscano molto popolare che porta sul mercato 75 milioni di bottiglie e dopo mesi al rallentatore, ad agosto scorso ha registrato un incremento del 4% . Il Chianti è uno degli 8 consorzi della regione presenti in questa graduatoria. Il più grande è anche il più giovane: è il Toscana Igt presieduto da Cesare Cecchi. 89 milioni di bottiglie è un Consorzio diverso da tutti: non rappresenta infatti un territorio ma tutta la vasta produzione Igt (indicazione geografica tipica) dell’intera regione.
Ancora in Toscana spiccano altri consorzi più piccoli, ma di grande prestigio internazionale a cominciare dal Chianti classico presieduto da Giovanni Manetti: 6800 ettari vitati, lavorati per più della metà a regime biologico, 40 milioni di bottiglie e una affermazione in Usa che si è tradotta in un incremento delle vendite dell’11% nei primi 8 mesi di quest’anno, in un contesto contraddistinto dal segno meno. Successo accompagnato anche qui da opportune strategie, come quella di ridurre la resa di 10 quintali per ettaro per mantenere alto lo standard qualitativo.
Strategia condivisa con successo dal Consorzio del Brunello di Montalcino presieduto da Giacomo Bartolommei:17 milioni di bottiglie è un rosso di enorme presa nel mondo.
Non c’è dubbio: l’ obiettivo qualità è oggi la stella polare di Consorzi di peso come il Bolgheri presieduto da Albiera Antinori (etichette sempre sugli scudi), Nobile di Montelpulciano ( presieduto da Andrea Rossi ha appena lanciato la nuova tipologia Pieve ed è in buona forma sul fronte commerciale), Morellino di Scansano (presieduto da Bernardo Guicciardini Calamai tutela l’ accattivante rosso maremmano dal cuore green), Maremma Toscana (presieduto da Francesco Mazzei, viaggia con il segno positivo grazie in particolare al bianco Vermentino che rappresenta circa un terzo degli oltre 7 milioni di bottiglie commercializzate).
I magnifici otto toscani regalano un record alla loro Regione: sono quelli dove si lavora di più con i metodi dell’agricoltura biologica. Al primo posto il Chianti classico con una superficie vitata a biologico del 52, 5% (+ 10% in conversione), quindi il Nobile con il 51%, seguito da Montalcino al 50%, Maremma toscana al 45%, Bolgheri con il 40%, fino al 30% di Chianti e Morellino.
Per la verità il primo posto assoluto, con la quota più alta a biologico, pari al
59%, spetta al Consorzio siciliano Etna doc presieduto da Francesco Cambria. E’ un’area vinicola tra le più attraenti del mercato, in costante progresso e molto forte sui mercati internazionali che assorbono il 60% della sua produzione, pari a 5,5 milioni di bottiglie. E’ però corretto considerare che si tratta di una realtà viticola molto più piccola rispetto a quelle toscane, di soli 1.347 ettari complessivi.
I consorzi con associati più virtuosi sono Vini d’Abruzzo con il 30%, Istituto Marchigiano con il 38%, fino alla Franciacorta, terra spumantistica di pregio, con il 45% e alla Doc Sicilia con il 32%. Quest’ultimo poggia su due pilastri:
il rosso Nero d’Avola e il bianco Grillo, simboli della viticoltura siciliana nel mondo. Realtà dalla spalle grosse guidata da Antonio Rallo, con più di 20 mila ettari vitati e una produzione di bottiglie che sfiora 82 milioni, è una delle denominazioni più estese d’Italia.
Dalle piramidi alle Alpi si risale in Piemonte con il Consorzio Barolo, Barbaresco, Alba, Langhe e Dogliani, presieduto da Sergio Germano: più di 10 mila ettari in produzione per 67 milioni di bottiglie apprezzate sul mercato e quindi capaci di mantenere una sostanziale stabilità.
Riduzione delle rese al fine di salvaguardare il valore dei 87 milioni di bottiglie vino anche a casa dell’Asti docg , denominazione che, per dirla con il presidente Stefano Ricagno, sta vivendo una tempesta perfetta: lo spumante piemontese non solo subisce il crollo degli ordini dalla Russia, suo primo mercato, ma i dazi statunitensi sono il colpo di grazia per il Moscato d’Asti diretto per il 60% proprio verso l’Usa.
Sono sempre in Piemonte il Consorzio Barbera d’Asti e vini del Monferrato (realtà consolidata presieduta da Vitaliano Maccario, con oltre 59 milioni di bottiglie) e due consorzi più piccoli e dinamici: il Gavi, ai comandi di Maurizio Montobbio, bianco piemontese che viene assorbito quasi interamente dall’estero (92%) e l’Alta Langa, presieduto da Giovanni Minetti, denominazione giovane nata per tutelare una importante produzione di bollicine metodo classico, in forte progresso.
L’oltrepò Pavese è il Consorzio più grande della Lombardia: 11.400 ettari per oltre 64 milioni di bottiglie. Diretto da Riccardo Binda, tutela l’unica zona spumantistica al mondo incentrata sul vitigno Pinot nero, ha la sua punta di diamante nel metodo classico docg e ha varato iniziative significative (come la modifica del disciplinare di produzione) per un deciso rilancio del territorio, considerato a lungo come un grande serbatorio di uva.
Sempre in Lombardia, nella fascia tra i 19 e i 22 milioni di bottiglie, operano i Consorzi Lugana presieduto da Fabio Zenato (il vino lombardo più venduto all’estero), Garda doc presieduto da Paolo Fiorini (vini più noti Garganega, Corvina, Grigio) ) e Franciacorta presieduto da Emanuele Rabotti con le sue eccellenti bollicine. Il più piccolo della comitiva è il Consorzio Vini Valtellina presieduto da Mamete Prevostini, con 3 milioni di bottiglie.
Si va in Puglia con il Consorzio Primitivo di Manduria guidato da Novella Pastorelli: qui si tutela un rosso molto richiesto all’estero prodotto in circa 26 milioni di bottiglie, più 10% sull’anno precedente. Tengono le posizioni, pur con qualche preoccupazione per le difficoltà del comparto rossi, i vini tutelati dall’Istituto marchigiano presieduto da Michele Bernetti: circa 26 milioni di bottiglie tra cui un grande bianco, il Verdicchio.
E sono sempre di alto livello, le denominazioni, in maggioranza bianche, che si raccolgono sotto il Consorzio Alto Adige, presieduto da Andrea Kofler. Standing che vuole restare alto, anzi altissimo stando ai dettami del nuovo disciplinare che impone regole stringenti all’intera produzione.