La classifica 2024

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Quando una coop sposa il suo territorio

La settimana scorsa sono stata la madrina di un evento particolare: la potatura del Vigneto del Castello di Copertino, nel Salento. Un imponente cinquecentesco Castello Angioino che da qualche anno ospita nei suoi bastioni 100 viti di Negroamaro varietà Cannellino, piantate dalla Cupertinum, la prima cooperativa costituita nella provincia di Lecce, 91 anni fa, in uno dei più antichi territori d’Italia a vocazione vinicola. Perché ne parlo? Perché è raro partecipare a una cerimonia così ben fatta, sobria, allegra, partecipata. E soprattutto perché la Cupertinum è un esempio perfetto di come una cooperativa vitivinicola possa integrarsi ed essere utile al suo territorio, interagendo con esso anche grazie a progetti di taglio sociale, artistico, culturale.

Presieduta dal bravo agronomo Francesco Trono, 320 ettari vitati, 300 soci, 900 mila bottiglie (più lo sfuso) e una quota export del 70%, con Svezia, UK, Usa e Germania in prima fila, la Cupertinum ha dalla sua la collaborazione preziosa di Giuseppe Pizzolante Leuzzi, enologo che crede fermamente a vini espressione del territorio e al tempo stesso attenti al mercato, e che vanta una confidenza invidiabile con i vitigni autoctononi pugliesi, a cominciare da Primitivo e Negroamaro. Lo dimostra il medagliere che caratterizza la scuderia dei vini Cupertinum.  In particolare il Negroamaro, principe del Salento, è proposto in tutte le sue declinazioni, dai vini base Doc e Igt, fino allo spumante Giortì  (uve Negroamaro vinificate in bianco), al primo passito da uve Negroamaro in purezza Glykòs, alla grappa Le Viole.

Il Vigneto sul Castello di Copertino è solo una delle iniziative assunte in questi anni dalla coop. Come anche il grande parco aziendale messo a disposizione delle attività sportive di bambini e ragazzi o ancora gli incontri a tema con le scuole, tanto per portare qualche esempio concreto.

Interessante ricordare che un tempo sulla somma del Castello si coltivavano viti e olivi. Sono seguiti secoli di abbandono fino alla rinascita del vigneto realizzato dalla cooperativa in collaborazione con la direzione regionale musei Puglia del Ministero della Cultura. Un progetto significativo  che aggiunge valore al Castello oggi affidato alla direzione dell’architetto Pietro Copani che ne sta curando la ristrutturazione di tante sue parti, puntando sul rilancio del maniero, simbolo della cittadina salentina guidata dal giovane sindaco Vincenzo De Giorgi.

 

 

Vini dealcolati tricolore: I tre pionieri

Corriere dealcolatiMack & Schuhle Italia, Cantina Pizzolato, Ceviv: ecco le tre aziende vinicole che per prime in Italia si sono dotate di impianti per la produzione di vini dealcolati, i cosiddetti NoLo (low e no alcol).

«Al momento è un business di nicchia, ma rappresenta un potenziale di sviluppo importante per la nostra azienda e per il vino italiano in generale» afferma Fedele Angelillo, amministratore unico di Mack & Schühle Italia, tra i maggiori competitor del mercato, con un fatturato di 208 milioni a fine 2025. «E’ un’opportunità alla quale abbiamo creduto subito e già da maggio dello scorso anno abbiamo investito 3 milioni in un impianto evoluto, con una capacità produttiva stimata di 7,5 milioni di bottiglie da 75 cl all’anno, che ci garantisce alti livelli qualitativi e versatilità produttiva per proiettarci tra i primi produttori di NoLo in Italia». Non solo. «Siamo fiduciosi di poter diventare in poco tempo un player importante anche a livello europeo», sostiene ancora Angelillo. «Faremo investimenti significativi in marketing e trade marketing a supporto dei nuovi prodotti anche all’estero. In particolare, le nostre aree geografiche prioritarie saranno Uk, Germania e Usa, restando sempre pronti a sfruttare opportunità su altri mercati come Nord Europa e Asia».

Braccio italiano dell’omonimo gruppo tedesco, Mack & Schühle è certa di entrare con il piede giusto sul fronte dealcolati. «Questi vini esistono da tempo, ma pochi prodotti al mondo raggiungono qualità e profumi accettabili: con la tecnologia italiana e con le nostre basi vitivinicole, faremo la differenza”, assicura Angelillo. L’azienda ha puntato sul sistema operativo Libero Wine di Omnia Technologies, istallato nello stabilimento di Laterza (Taranto). Senza entrare nelle complesse caratteristiche tecniche, si tratta di una soluzione che permette di ridurre o eliminare l’alcol, mantenendo intatte tutte le caratteristiche organolettiche del vino. In particolare il sistema permette di produrre senza vincoli vini fermi, frizzanti e spumanti,  sia  dealcolati con alcol inferiore allo 0,5% e sia parzialmente dealcolati, con alcol compreso tra lo 0,5% e il livello tradizionale. (altro…)

Decreto e numeri

Il nulla osta alla fattura in Italia dei cosiddetti vini Nolo (no-low alcol) è di fine 2024 (3 anni dopo il via libera europeo), ma solo lo scorso 5 gennaio è stato pubblicato sulla gazzetta ufficiale il decreto interministeriale del 28 dicembre 2025 che ha definito la normativa fiscale e le accise per la produzione di vino dealcolato.  In pratica la misura delle tasse sull’alcol ottenuto con il processo di dealcolazione.

Uno sblocco atteso con ansia da tutte le aziende che hanno già in portafoglio questo genere di prodotti, ma sono state costrette fin qui a farli produrre oltre frontiera, in particolare Spagna, Germania e Francia, sobbarcandosi i pesanti costi di trasporto. «Sono sempre di più le imprese italiane pronte a investire sulla categoria dei dealcolati e questo provvedimento rappresenta una svolta per operare in condizioni di parità competitiva rispetto agli altri produttori europei», sostiene Paolo Castelletti, segretario generale di Unione italiana vini. «Basti pensare che, producendo in Italia, le aziende potrebbero ridurre i costi di almeno il 15%».

Dunque pronti via? Per la verità prima di accendere le macchine le aziende hanno ora bisogno del nulla osta da parte dell’Agenzia delle Dogane e dell’Ispettorato Repressione Frodi cui devono fare regolare istanza. Ma il dado è tratto.

Secondo l’Osservatorio di Unione italiana vini, il comparto Nolo è uno dei pochi a crescere in un contesto mondiale di forte difficoltà per il vino. Attualmente la fetta di mercato  nel mondo vale 2,4 miliardi di dollari ed è destinato a raggiungere i 3,3 miliardi di dollari entro il 2028. In particolare gli alcohol-free italiani (fino ad oggi prodotti all’estero) rappresentano in Usa il 6% del totale vendite vini a zero gradi, quota che sale all’11% sulla piazza tedesca e al 24% su quella britannica.

Mercato 2025: chi compra, chi vende

Mercato 2025: chi compra, chi vende

«E’ la sesta cantina che si aggiunge al nostro gruppo e, come le altre, è un progetto in una zona vocata per la viticoltura, il Trento Doc, che vogliamo valorizzare perché riteniamo non abbia  ancora espresso pienamente le sue grandi potenzialità. E’ anche un progetto in linea con i cambiamenti climatici: siamo tra i 600 e i 1000 metri di altitudine, altezze diventate necessarie per produrre bollicine di qualità».

Federico Veronesi, 33 anni e studi economici alle spalle,, proprietario e ceo di Oniwines, braccio vinicolo di Oniverse (il gruppo creato dalla sua famiglia con un giro d’affari di 3,5 miliardi nel 2024), presenta così la ERT1050, la nuova azienda in alta montagna (appunto a 1050 metri di altitudine) appena inaugurata. E’ un altro tassello nel puzzle di Oniwines che già comprende Tenimenti Leone nel Lazio, La Giuva in Veneto, Podere Guardia Grande in Sardegna e i due ultimi gioielli acquisiti quest’anno: Villa Bucci nelle Marche e Pico Maccario in Piemonte. Tenuto conto che la capogruppo possiede anche Signorvino, la catena di enoteche con cucina che di fatto rappresenta un distributore diretto e privilegiato delle cantine di Oniwines, è facile prevedere uno sviluppo importante del fronte vinicolo. Al momento il giro d’affari si avvicina ai 6,5 milioni, sostenuto essenzialmente da Villa Bucci e Pico Maccario. . «Ma è solo l’inizio», sottolinea Veronesi che punta in alto: «Vogliamo essere tra i top player di riferimento del settore».

E’ un fatto: oggi nel mercato del vino hanno la meglio le aziende dalle spalle grosse, governance solida, progetti forti e portafoglio pieno. Esattamente ciò che sta avvenendo in questo difficile 2025. Un anno pesante per il settore, a causa di vari fattori: conflitti geopolitici, dazi statunitensi, svalutazione del dollaro, nuovi stili di consumo, cambiamenti climatici. In questo quadro «piccolo non è più bello», avverte Lamberto Frescobaldi, presidente dell’Unione italiana vini e della sua maison toscana. Sembra proprio così. Ovunque ci sono cantine in vendita. E il terreno è fertile per chi ha i mezzi per crescere.

«La spinta viene dal basso, dalle aziende che hanno una storia e un buon nome, ma non hanno più la forza di crescere da sole e tanto meno di partecipare ai mercati internazionali», sostiene Lorenzo Tersi, wine advisor di riferimento del mercato, fondatore e ceo di Lt wine&food advisory. «Senza contare che c’è un’altra agenda che non si può eludere: quella dei passaggi generazionali. Un problema che sta dietro tante operazioni concluse e tanti progetti ancora in fieri».

Insomma, è sempre più diffusa la necessità di accasarsi, di trovare una sponda forte, soprattutto in un’ottica di sviluppo internazionale. E ciò non riguarda solo il mercato privato.

L’esigenza di varcare la frontiera con una struttura commerciale adeguata è per esempio tra le motivazioni che hanno spinto la Cantina sociale di Monteforte d’Alpone a entrare nel Collis veneto wine group, guidato da Pierluigi Guarise: un’operazione ancora fresca di inchiostro che ha rafforzato ulteriormente la maggiore cooperativa veneta (220 milioni di fatturato, tra le prime dieci realtà in Italia), diventata con questa ultima mossa anche leader nella produzione del Soave

Ma chi compra nel Vigneto Italia? Le ultime due mosse sono di Mack & Schuhle Italia, uno dei principali competitor del mercato, di cui è amministratore unico Fedele Angelillo (205 milioni il giro d’affari).Fortissima nella grande distribuzione, l’azienda pugliese fondata nel 2008 dalla famiglia Angiolillo, è oggi il braccio italiano dell’omonimo gruppo tedesco da 550 milioni di fatturato, specializzato nella distribuzione di vini e liquori in Germania. Per anni in sordina, M&S è venuta alla ribalta tre anni fa, sfoggiando incrementi a due cifre e non si ferma. Ha appena acquisito il 75% del capitale della Vinicola Antonio Divella in Puglia, specializzata nella trasformazione dell’uva conferita in vino sfuso e ha stretto un patto di ferro con un gruppo di cantine cooperative regionali  attraverso un progetto originale battezzato Genevitis .

Le mosse di Oniwines, Collis e Mack &Shuhle sono solo le ultime in ordine di tempo in un settore in ebollizione. Ma ad aprire le danze 2025 è stata Argea. La maggiore realtà privata del mercato (464 milioni di fatturato, controllata da fondo Clessidra) ha acquisito l’importatore americano WinesU, operazione che ha permesso al gruppo guidato da Massimo Romani di rafforzarsi nella piazza che assorbe più del 30% del suo export.

Più recenti le due mosse di Pasqua Vini: la centenaria cantina veronese titolare di un giro d’affari di 63,4 milioni, è un esempio di guida salda grazie al riuscito passaggio generazionale, con i tre fratelli Riccardo, Alessandro e Andrea nei ruoli chiave dell’azienda, accanto al padre Umberto Pasqua. Guidata da Riccardo (ad), l’azienda ha investito a Pantelleria acquisendo il 75% di Serraglia, proprietà dell’attrice francese Carole Bouquet e nello stesso tempo è diventata distributore internazionale esclusivo del visionario produttore vinicolo americano Charles Smith, di cui oggi è anche partner di minoranza (con il 20%) nel brand Real wine.

In movimento anche un’altra importante realtà veneta, Tommasi Family Estate (32 milioni di fatturato). Alla testa di una delle realtà più dinamiche del mercato, con otto cantine di proprietà in sei regioni, la famiglia Tommasi ha appena rilevato due aziende in Puglia , la Tenuta Eméra in provincia di Taranto e la Cantina Moros nel Salento che potenziano la presenza del gruppo nella regione dove già opera con Masseria Surani.  Con questa operazione il patrimonio viticolo complessivo dei Tommasi supera gli 800 ettari, risultando tra i più consistenti in Italia.

 

Aziende in prima fila, altre in secondo piano, ma non meno ambiziose. Come l’Agricola Gussalli Beretta (il ramo agricolo della famiglia bresciana proprietaria della più antica fabbrica di armi) che ha acquisito di recente il 40% della Agricola Leonardo Specogna nei Colli orientali del Friuli, dopo aver comprato lo scorso anno a Bolgheri la Fabio Motta. Due nuove fiche nel vino che portano a  7 le cantine del gruppo tra le quali figurano Lo Sparviere in Franciacorta e il Castello di Radda nel Chianti classico.

Doppio colpo in un anno della Tenuta Ulisse in Abruzzo. L’azienda controllata da fondo White bridge investments II e guidata da Luigi Ulisse ha comprato a settembre una vera perla del mercato: la cantina campana Montevetrano di Cipriano Picentino, nel salernitano, fondata da Silvia Imparato, tra le donne del vino più conosciute e apprezzate, produttrice di vini di fama internazionale. E’ in primavera ha acquisito la Cirelli Cantina Biologica, piccola e preziosa realtà abruzzese, mettendo così le basi per la creazione di una piattaforma di aziende del mezzogiorno.

In Puglia Cantine PaoloLeo, nel Salento ha acquistato la storica Candido, e la famiglia Liantonio nell’Alta Murgia, ha ricomprato dal gruppo Prosit il controllo della cantina Torrevento.

Operazioni concluse e molte altre nell’aria o nei desideri di chi ha soldi da investire.

In Friuli c’è chi bussa alla porta della famiglia Rotolo, proprietaria di Schiopetto e Volpe Pasini. Nelle Marche piacciono le titolate cantine delle famiglie Garofoli e Chiacchiarini-Sartarelli, mentre Giampaolo Cocconi, commissario della Cooperativa  Moncaro, attende le manifestazioni di interesse per quella che è stata la maggiore realtà vitivinicola della regione. In Toscana e in Piemonte decine di cantine a controllo familiare ricevono avances da grandi gruppi che aspirano ad avere nel loro portafoglio vini noti di forte richiamo, come Barolo, Chianti classico o Brunello di Montalcino, per citarne alcuni.

Genevitis : patto di ferro Mack&Schuhle-cooperative

Genevitis: è il nome del progetto appena varato da Mack&Schuhle Italia. Un’iniziativa che collegherà il mondo della produzione vinicola con quello della vendita al dettaglio internazionale grazie ad accordi pluriennali. Questa prima edizione del progetto  prevede il coinvolgimento di 6 cooperative regionali: Araldica in Piemonte, Gotto d’oro nel Lazio, Santa Maria La Palma in Sardegna, La Guardiense in Campania,  Cantina Tollo in Abruzzo, e Cantine Due Palme in Puglia. Con queste cantine sociali sono previste iniziative di co-brand regionale che nel 2026 porteranno sul mercato i seguenti progetti enologi «multi referenza»:

Araldica (Piemonte): Marchese Dalmasso

Gotto d’oro (Lazio) : Mitreo

La Guardiense (Campania): Terre di Guardia

Cantina Tollo (Abruzzo): Chiore

Cantine Due Palme (Puglia): Radicanto

Santa Maria La Palma (Sardegna) :Maentu

Nelle prossime edizioni verranno progressivamente coinvolte le cantine della rete nazionale di Mack & Schuhle Italia che mira a coprire tutto il territorio nazionale e che oggi si traduce in un network formato da  5mila agricoltori, 30mila ettari di vigneto e oltre 3 milioni di ettolitri di vino.

Morale: Mack&Schuhle Italia diventa il soggetto aggregatore privato delle cantine sociali,  stringendo un patto di ferro che garantisce a ciascuna acquisto delle uve e distribuzione all’estero, dando inoltre l’opportunità di sviluppare nuovi brand e garantendo un rapporto commerciale di lungo periodo.

Collis Veneto Wine Group- Cantina sociale di Monterforte d’Alpone. Operazione Soave

Lo scambio di anelli è di venerdì 21 novembre: la Cantina sociale di Monteforte d’Alpone (Verona) entra a far parte del Collis Veneto wine group, la più grande cooperativa veneta, tra i primi dieci operatori del mercato vitivinicolo italiano. Il via libera all’operazione, attraverso una fusione per incorporazione, segna un altro passo sulla strada del potenziamento del gruppo, che con questa mossa conquista anche un altro record: diventa leader assoluto nella produzione del Soave, noto vino bianco da uve Garganega, tipico della regione.

«Si unisce a noi una cantina con 450 soci e 1200 ettari che ha sempre rappresentato un punto di eccellenza nell’area della Doc Soave: circa il 65% della sua produzione è infatti concentrata nella zona del Soave classico, dove noi eravamo assenti, e in particolare nell’area collinare, molto interessante dal punto di vista morfologico grazie ai suoi terreni vulcanici», sottolinea Pierluigi Guarise, confermato ceo di Collis per il prossimo triennio, assieme al presidente Pietro Zambon, dall’assemblea straordinaria che ha varato l’operazione. «Monteforte d’Alpone si integra perfettamente nel progetto qualitativo che sta guidando le mosse del nostro gruppo: in pratica ci allarghiamo in un’area pregiata, curata da viticoltori attenti e dediti a un’agricoltura in molti casi eroica, che esprime prodotti di grande qualità che si pongono al vertice della nostra piramide valoriale», aggiunge Guarise. «Dunque un’operazione che non solo rafforza la struttura del gruppo, ma che è importante dal punto di vista strategico».

Presieduta fin qui da Francesco Bovoni e diretta da Paola Gregori, la coop di Monteforte d’Alpone porta al gruppo 17 milioni di fatturato, 5 milioni di bottiglie e 140 mila ettolitri di vino sfuso, entrando a far parte di una realtà strutturata, in grado di piazzare il prodotto sui mercati internazionali. Matrimonio di interesse anche per Collis. A bocce ferme, il gruppo guidato da Guarise, conta un giro d’affari aggregato di oltre 220 milioni, una base sociale di 2450 famiglie e un patrimonio vitato di 7200 ettari (tra i maggiori in Italia) spalmato nelle aree più vocate di Verona, Vicenza e Padova: un bacino operativo invidiabile, un punto di forza di Collis, in grado di fornire spazi importanti da dedicare a sperimentazioni e produzioni di eccellenza. Tenuto conto dei tempi tecnici, l’atto di fusione verrà redatto con effetto civilistico dal 1 febbraio 2026 e l’operazione inciderà quindi sul bilancio 2005-2006 (le coop chiudono i conti a metà anno). Nell’annata 2024-2025, chiusa lo scorso luglio, Collis ha realizzato minori ricavi a causa della mancanza di prodotto sfuso dovuto alla scarsa vendemmia (203 milioni, meno -8%). Ciò non ha impedito alla coop veneta di chiudere i conti con un forte aumento dell’utile: 4,1 milioni contro i 2,8 milioni del precedente esercizio, a riprova delle sinergie realizzate nell’ambito della nuova struttura messa a punto negli ultimi due anni. E’ stata una metamorfosi in tre tappe.

Regista Guarise, la rivoluzione è partita nel 2023 con la trasformazione del Consorzio nato nel 2008 proprio a Monteforte d’Alpone, in cooperativa di primo grado, in grado di controllare l’intera filiera del vino, dall’uva alla bottiglia. E’ seguita, a stretto giro, la creazione di Collis Heritage: società nata dalla fusione per incorporazione tra Cantine Riondo e la storica Sartori, la cui famiglia partecipa alla società con una quota del 26,7%. Ed ecco ora

l’operazione Monteforte D’Alpone che aggiunge potenza di fuoco al gruppo.

Diretta da Christian Scrinzi, Collis Veneto detiene anche il  51% di Cielo e Terra 1908,

opera attraverso 5 cantine e 3 centri di imbottigliamento, oltre a 36 wine shop a marchio Cantina Veneta in Italia.

Squadra coesa, solidi fondamentali, forti ambizioni: difficile si fermi qui.

35 Consorzi di tutela vini: quanto valgono e cosa rappresentano

L'articolo da Il corriere della sera 3-11-2025

L’articolo da Il corriere della sera 3-11-2025

Sono le sentinelle di oltre 304 mila ettari vitati e rappresentano più di 2,3 miliardi di bottiglie in commercio: è questo il peso e l’impegno dei 35 maggiori Consorzi di Tutela vini del mercato italiano. Realtà che hanno il polso delle più importanti aree viticole del Paese e la tutela delle relativi vini o denominazioni, per dirla con gli addetti ai lavori. I consorzi non entrano nel merito del giro d’affari dei singoli vini, ma senza dubbio, le denominazioni tutelate, rappresentano tutte insieme un valore economico molto vicino a 9 miliardi di euro, vale a dire quasi la totalità dei 9,3 miliardi certificati nel 2024 da Valoritalia per le denominazione di vino Dop e Igp. In pratica il valore economico dei vini tutelati dai 33 Consorzi incide per oltre il 64% sul giro d’affari 2024 dell’intero mercato vinicolo italiano, pari a 14,5 miliardi, secondo l’Osservatorio dell’Unione italiana vini. La tabella presenta la graduatoria di 35 dei consorzi più grandi del mercato, in base al numero di bottiglie, ma contiene anche altri dati significativi come la produzione in litri, l’estensione dei vigneti e la quota coltivata a biologico. Si parte dal maggiore in assoluto, il Consorzio del Prosecco Doc presieduto da Giancarlo Guidolin: 28 mila ettari di vigne per lo più di uva Glera (mamma del Prosecco), una produzione 2024 di 495 milioni di litri e 660 milioni di bottiglie in commercio. Queste bollicine venete, facili e sbarazzine, hanno una diffusione mostruosa in tutte le latitudini, in particolare in Usa dove rappresentano in valore il 31% di tutte le vendite di vino italiano. Risultato alimentato anche dalle altre due tipologie di Prosecco. Accanto alla più semplice doc, usatissima anche per i cocktail, si impongono Infatti le versioni di Prosecco più pregiate, tutelate a loro volta dai rispettivi Consorzi: il Conegliano Valdobbiadene Prosecco docg presieduto da Franco Adami, al vertice della piramide qualitativa, con oltre 94 milioni di bottiglie, e il più piccolo e raffinato Prosecco Asolo Montello di cui è presidente Michele Noal che ne porta sul mercato circa 33 milioni. Insieme, le tre tipologie rappresentano 39.100 ettari di vigneti. Secondo l’Osservatorio Uiv Vinitaly, la triade del Prosecco rappresenta oggi a valore l’87% delle vendite di spumanti italiani negli Usa. Non a caso il Veneto, culla del denominazione, si conferma, anno dopo anno, come la maggiore regione esportatrice d’Italia.

Dopo la corazzata Prosecco, sale sul podio il Consorzio vini Doc delle Venezie che si estende per tre regioni e di cui è re indiscusso il Pinot grigio doc, bianco famoso nel mondo, e in particolare in Usa. Presieduto da Luca Rigotti, il Consorzio conta 27 mila ettari in produzione per 230 milioni di bottiglie e sta lavorando, tra l’altro, per abbassare il grado alcolico del suo vino di punta. Prosecco e Doc delle Venezie guidano la compagine del Consorzi veneti in classifica che comprende altre significative denominazioni molto note al grande pubblico, anche internazionale. Si parte dal Consorzio dei vini della Valpolicella sotto la guida di Christian Marchesini (Amarone, Ripasso, Valpolicella sono le sue bandiere): una delle attività distintive di quest’area è quella della raccolta delle uve per l’appassimento in Valpolicella, un’operazione tutta manuale che in vendemmia vale 120 mila giornate di lavoro. Segue il Consorzio Soave presieduto da Cristian Ridolfi che si prende cura del suo bianco tipico, il Soave, tipologia diretta per il 50% all’estero. Chiude il più piccolo Consorzio Collio presieduto da Luca Raccaro: ha avviato una fase di rilancio del suo magnifico territorio ricco di vini: dal Friulano, al Sauvignon, alla Ribolla gialla, ai Merlot.

Sul terzo gradino del podio ecco il Consorzio vini d’Abruzzo: realtà che risponde di 33mila ettari vitati, oltre la metà destinati al Montelpulciano d’Abruzzo, il vino bandiera della regione che rappresenta l’80% della produzione Doc, affiancato da due fratelli in crescita, il Cerasuolo dal colore rosso ciliegia e il bianco Pecorino. Dopo anni di quantità l’Abruzzo ha messo al centro la qualità e il valore del suo vino fino al punto da bloccare temporaneamente la produzione per ottenere un rapporto più equilibrato tra domanda e offerta. Presieduto da Alessandro Nicodemi il consorzio punta anche alla promozione sui mercati internazionali che già assorbono il 70% del prodotto.

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Sotto il podio altri due Consorzi con oltre 100 milioni di bottiglie ciascuno. Sono entrambi in Emilia Romagna: il più grande è il Lambrusco Doc, rosso familiare e molto diffuso all’estero, cui fanno capo ben 6 tipologie di lambrusco, tra cui le più note Sorbara, Salamino o Grasparossa. Il mondo Lambrusco conta 9700 ettari in produzione e porta sul mercato 143 milioni di bottiglie, dati che comprendono anche il Lambrusco Emilia igt controllato dal consorzio tutela vini Emilia. Realtà dirette entrambe da Giacomo Savorini, che in un contesto segnato dal calo dei consumi, possono contare su un prodotto che risulta in linea con i tempi per la sua immediatezza e gradazione alcolica contenuta. Sono 101,8 milioni le bottiglie controllate dal Consorzio Vini di Romagna presieduto da Roberto Monti, cui spetta la tutela dei vini prodotti nelle province di Imola, Forlì Cesena, Ravenna e Rimini: i più tipici Sangiovese e Albana. L’Emilia Romagna, grande produttrice di vino, fa tris in classifica con un altro Consorzio più piccolo, presieduto da Carlo Piccinini, dedicato essenzialmente alla produzione di Pignoletto, vino frizzante tipico dei colli bolognesi: 2400 ettari per 17 milioni di bottiglie.

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Le 27 cantine del club over 100 milioni (anticipazione della classifica 2024 con alcuni dati delle aziende con più di 100 milioni di fatturato)

Scarica gli articoli del Corriere della Sera

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Rappresentano da sole il 41% del fatturato 2024 del mercato vitivinicolo italiano, pari a 14,5 miliardi e il 47,5% del totale export (8,1 miliardi). Chi sono? Le magnifiche 27 del club over 100 milioni. Ovvero le aziende che hanno chiuso l’ultimo esercizio con più di 100 milioni di incassi e figurano al vertice della classifica delle oltre 100 cantine più grandi d’Italia (che L’Economia pubblicherà nei prossimi mesi). Più di 6 miliardi di fatturato totale, 3,8 miliardi di esportazioni, 2,2 milioni di bottiglie: sono questi i dati 2024 del club over 100 milioni, che conta  27 soci. C’è una new entry: è la Cantina di Conegliano Vittorio Veneto Casarsa, la maggiore cooperativa di primo grado nelle aree di produzione del Prosecco, frutto del matrimonio con la Viticoltori friulani La Delizia celebrato lo scorso anno. Più di 5.600 ettari di vigneti, 1.516 soci, 149,8 milioni di fatturato, la neonata supercoop presieduta da Stefano Zanette, è presente a quota 19 di questa graduatoria dei big. E c’è anche un’uscita: lascia il club la Contri Spumanti, casa spumantistica controllata dalla Hyle Capital Partners, scesa sotto i 100 milioni di fatturato (95,6 milioni). Una prova in più della difficile annata vissuta dal mercato vinicolo. Basti pensare che anche in questa rosa dei più grandi, sono nove le aziende con il segno meno davanti al fatturato: 5 realtà private, Iwb, Herita Marzotto wines estates, Gruppo Lunelli, Schenk italian wineries e gruppo Ruffino. E 4 cooperative: Caviro, Cavit, Mezzacorona e Cadis 1898. Altri cinque brand hanno chiuso i conti con un sostanziale pareggio: le coop Cantine Riunite e Vignaioli veneti friulani e le private Fratelli Martini, Marchesi Frescobaldi e Villa Sandi. Infine in13 vantano il segno più. (altro…)

Le cooperative pesano di più ( anticipazione della classifica 2024 che riguarda alcuni dati delle maggiori coop)

Aumenta il peso delle coop nel club over 100 milioni: in 12  (una più dello scorso anno), rappresentano oltre un terzo del giro d’affari complessivo dei 27 big.

Sono lo stato maggiore della cooperazione vinicola nazionale e insieme rispondono di un di fatturato di 2,9 miliardi, 1,5 miliardi di export e 1,3 milioni di bottiglie.

Dopo Riunite, Caviro e la new entry Conegliano, partiamo dal sesto e settimo posto con Cavit (253,3 milioni) e La Marca vini e spumanti (251milioni). In buona forma, il consorzio trentino guidato da Enrico Zanoni registra una flessione del fatturato (-5,8%) dovuta alla cessione delle attività non strategiche dell’ex controllata Casa Girelli ora fusa nella capogruppo. Mentre torna a correre sull’onda del Prosecco, suo cuore operativo, La Marca presieduta da Claudio Venturin (+11,56).

Al decimo posto c’è Collis Veneto wine group,  titolare di un fatturato di 219,3 milioni (+4,3%).Dopo la trasformazione in coop di primo grado, la realtà veneta guidata da ceo Pierluigi Guarise punta ad ampliare la presenza estera, mentre in Italia ha lanciato la catena monomarca Cantina Veneta che conta già 36 negozi per un giro d’affari di 12,6 milioni.

Presieduta da Luca Rigotti, segue Mezzacorona con 212,4 milioni. Coop trentina di primo grado è molto forte all’export: più dell’88% del suo fatturato passa la frontiera.

Al tredicesimo posto, Terre Cevico ha raggiunto i 206,2 milioni (+4,8%). La realtà romagnola presieduta da Franco Donati presenta il suo primo consolidato da coop di primo grado. Segno più (4%) per Vi.V.O cantine, tra le maggiori realtà del Veneto orientale titolare di un fatturato di 178,2 milioni. Presieduta da Franco Passador, la coop ricerca nuovi mercati di sbocco e punta sull’ innovazione.

Sale a quota 20 la siciliana Cantine Ermes presieduta da Rosario Di Maria: 142,7 milioni di fatturato (+3,17%). Tra le coop di 1° grado, Ermes, con 13646 ettari di vigneto, è la più grande per superfici vitate ed è anche l’unica multiregionale, con presenze in Sicilia, Veneto, Puglia, Abruzzo, Emilia Romagna e Lombardia.

Flette dell’8% il fatturato dell’ultracentenaria cooperativa veneta Cadis 1898 guidata da Alberto Marchisio oggi a quota 24 con 129,1 milioni.

Chiude al 25mo posto, la Vignaioli Veneto Friulani presieduta da Stefano Berlese, anche socia di La Marca: 109,5 milioni di fatturato, risultato in linea con lo scorso esercizio.

Anna Di Martino

Dazi 20%: Denis Pantini (Nomisma) fa i conti

Tanto tuono che piovve. Nella notte italiana di mercoledì 2 giugno, il presidente Usa, Donald Trump, ha dunque deciso un dazio del 20% sui vini europei. Cosa significa in pratica?

Fin qui, il dazio pagato alla frontiera Usa è stato pari allo 0,0578 euro al litro sui vini fermi imbottigliati, e allo 0,1817 euro al litro sugli spumanti. Considerando i prezzi medi dei vini italiani alla frontiera americana, vuol dire lo 0,9% in più sui fermi e il 3,5% in più  per gli spumanti sul prezzo all’importazione. E ora? (altro…)

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