Industria vinicola: forza del made in Italy.

«E’ l’oro nero italiano e una ricchezza straordinaria per il Paese». E’ Il vino by Maurizio Danese, ad di Veronafiere. Che sfoggia numeri sorprendenti: l’industria vinicola nazionale vale 31,3 miliardi di euro, coinvolge 530 mila aziende con 870 mila addetti, e ha una spiccata vocazione internazionale con ricavi all’export che lo scorso anno hanno sfiorato gli 8 miliardi. Ce n’è abbastanza perché il vino salti in testa alla classifica relativa alla bilancia commerciale dei prodotti made in Italy, facendo meglio di ben 40 settori rappresentativi delle cosiddette 4A del made in Italy ( Abbigliamento, Alimentare, Arredamento e Automazione), dalla moda, alla meccanica strumentale o alla gioielleria per portare qualche esempio concreto.

Sono alcuni dei dati più significativi dell’ampia analisi realizzata dall’Osservatorio Uiv- Vinitaly assieme a Prometeia che svela caratteristiche significative del mercato enologico nazionale. Interessante, per esempio, la messa a fuoco delle voci che concorrono a determinare il valore  complessivo dell’industria del vino. I 31,3 miliardi sono infatti la somma tra il valore della filiera core (coltivazione della vigna, produzione vino e vendita), calcolato in 26,2 milioni di euro e quello della cosiddetta filiera correlata ( tecnologie e macchinari), che genera un fatturato di 5,1 miliardi.

Dati preziosi per Danese: «Troppo spesso il vino non è considerato dalla comunità economica per la sua reale dimensione», scandisce l’ad. «Questa analisi ha definito il vero valore del comparto e siamo convinti che la strada per l’ulteriore crescita debba necessariamente passare dall’export».

Ne sono certi anche i principali attori del mondo del vino, raccolti in questi giorni a Verona in occasione della 55ma edizione del Vinitaly, in pieno svolgimento nella città scaligera. Un Vinitaly che chiude un complesso ma soddisfacente 2022 e introduce un 2023 di luci e ombre.

«Nel 2022 il mercato ha tenuto, nonostante molti fattori esogeni che hanno evidentemente pesato sulle vendite», sostiene Lamberto Frescobaldi, presidente Unione italiana vini. «Per quest’anno il quadro non è certamente migliore, ma il settore ha le spalle larghe ed è in grado di gestire le difficoltà».

E di curare in ogni dettaglio la spinta commerciale verso vecchi e nuovi mercati.

«La domanda, specie quella internazionale, sta andando verso una direzione da tempo auspicata, ed è quella della qualità», sottolinea ancora Frescobaldi. «A prescindere dalle tipologie, è la tendenza premium la carta vincente delle nostre produzioni: il mondo cerca l’italianità anche nei nostri vini, ed è questo che dobbiamo essere in grado di esprimere. L’obiettivo è quindi alzare ancora di più l’asticella qualitativa delle produzioni, anche perché è dimostrato come sia difficile essere competitivi sui prodotti entry-level, considerata la struttura dei costi per le imprese italiane e contestuale rallentamento del mercato»

L’export oggi pesa per il 54% sul fatturato diretto del settore. L’impegno degli operatori è fare di più. Anche dal fronte cooperativo, come dimostra un’indagine Ismea sul grado di internazionalizzazione delle cooperative vinicole aderenti ad Alleanza cooperative: in 10 anni è aumentato del 130% il fatturato export delle coop, crescita che è anche superiore all’andamento delle esportazioni nazionali di vino che nello stesso periodo sono cresciute del 101%.

La spinta sui mercati esteri, passa però anche attraverso una riqualificazione del mix di vini esportati, finalizzata  a far salire il loro prezzo medio. E’ un processo avviato da tempo che ha già dato i suoi frutti: secondo la rilevazione Nomisma Wine Monitor, negli ultimi 5 anni (2017-2022) il prezzo medio all’export dei vini italiani è infatti aumentato del 13% per quanto riguarda gli spumanti (passando da 3,67 a 4,16 euro/litro) e del 23% per i vini fermi imbottigliati (da 3,45 a 4,25 euro litro).
E questo trend non riguarda solo la voce export. In tutto il mercato, la stella cometa si chiama oggi premiumizzazione: parolaccia impronunciabile, che tradotta in soldoni significa puntare sui vini di più alto valore, i cosiddetti vini premium e di lusso, che sono gli unici a guadagnare quote di mercato e a garantire alle cantine margini migliori e quindi redditività. La premiumisation, per dirla in inglese, sta dunque diventano sempre più la strada maestra per la maggioranza delle cantine, che rivedono in questa ottica il loro portafoglio prodotti, puntando a vendere meno ma a guadagnare di più.

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