La classifica 2018

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Cortina, famiglia Vascellari, freccia nel cielo

tofana_1Dopo 30 anni, dal 18 al 22 marzo torna la coppa del mondo a Cortina d’Ampezzo, luogo magico, pieno di luce, oggi al centro di mille iniziative imprenditoriali in vista dei Mondiali di sci alpino 2021 e dei giochi olimpici invernali 2026. Una delle più significative è già decollata sabato 11 gennaio ed è la nuova cabinovia Tofana-Freccia nel Cielo che ha sostituito il primo tratto della storica funivia che 50 anni fa ha reso accessibile la cima della Tofana di Mezzo, una delle più alte delle Dolomiti Patrimonio dell’Unesco.

La nuova cabinovia, la prima di Cortina, con 47 moderne cabine da 10 posti l’una che porteranno in vetta 1800 persone l’ora, è stata realizzata da Tofana Srl con Leitner e lo studio di progettazione Gg22 Project e sale da Cortina fino alla vetta della Tofana di Mezzo, passando dal Col Druscié e Ra Valles, con una stazione intermedia a Colfiere, punto di riferimento per gli spettatori della Coppa del mondo e poi dei Mondiali e delle Olimpiadi.

L’opera è magnifica e rappresenta il punto più alto in fatto di tecnologia, sostenibilità ambientale, sicurezza, design.

Ma non è tutto. La Tofana-Freccia nel cielo di Cortina, rappresenta anche una pietra miliare nella storia imprenditoriale della famiglia Vascellari. E assieme alla funivia della Marmolada è figlia dell’intuito e del coraggio di Valentino Vascellari, un vero pioniere d’impresa che ha dato il là a un impegno familiare giunto oggi alla sua quinta generazione.

E’ una storia avvincente quella dei Vascellari, che si snoda dai primissimi del Novecento ai giorni nostri, raccontata con maestria da Marco Di Marco e Andrea Bagnoli nel libro «Una famiglia tante imprese, una storia», con foto d’epoca, ricordi, documenti.

Tutto parte da una piccola segheria in quel di Calalzo di Cadore: era la bottega di Angelo Vascellari che conduceva con l’aiuto di due dei suoi 5 figli. Non amava quel lavoro il più piccolo della famiglia, Emilio-Valentino, classe 1891, che ha voluto studiare, per poi andare sotto le armi nella Guerra di Libia, abbracciando alla fine la vita militare. Il Valentino in divisa si mette in mostra per le sue capacità nel campo delle telecomunicazioni e chissà quale grado militare avrebbe raggiunto, se non fosse stato richiamato a casa dalla famiglia alle prese con il cattivo andamento della segheria. Competente e tenace, Valentino rimette in carreggiata la segheria e si fa apprezzare a tal punto nella sua comunità da diventare sindaco del paese.

Dopo la guerra, Valentino si sposa con Ada Lucchese, figlia di una ricca famiglia genovese, e comincia ad occuparsi di centrali elettriche, divenendo ben presto proprietario di una delle più importanti. Il lavoro va a gonfie vele di pari passo con lo sviluppo dell’industria manifatturiera, con la richiesta di energia che arriva dal treno elettrico Calalzo-Cortina-Dobbiaco, con il maggiore consumo domestico provocato dalla diffusione degli elettrodomestici (dietro la quale c’è anche il suo zampino). Le centrali si moltiplicano fino ad arrivare a 20, spingendosi fino in Cadore e nella provincia di Bolzano. Valentino porta energia in Val Gardena, in Val Badia, a Cortina, nell’Agordino, nel Feltrino. Approda in Borsa. Ha il bernoccolo degli affari, capacità, visione. E’ uomo noto, rispettato da tutti.

Diventa ricco, anzi ricchissimo nel 1963 quando la legge Fanfani nazionalizza la corrente elettrica con la nascita dell’Enel e le centrali private sono espropriate e pagate profumatamente. Valentino diversifica, investe in metallurgia e  nel legname per le sue segherie.

Nel frattempo è diventato padre di Giorgio e Bruno che, laureati entrambi, affiancheranno il genitore, con compiti diversi, nell’ambito della Sosvl, la Società sviluppo industriale.

Mario Vascellari 1063Ed è proprio Bruno, il papà di Mario e Valentino che oggi sono alla testa del gruppo (la sorella  Ada non svolge ruoli operativi) che agli inizi degli anni Sessanta, parla per la prima volta con il padre della funivia della Marmolada, un’opera unica per quei tempi.

Arriva l’ok di Valentino, l’opera parte, e la sua realizzazione passerà attraverso difficoltà incredibili non solo di natura tecnica, incrociando perfino catastrofiche alluvioni.  Primi viaggi nel 1968, la Regina delle Dolomiti è un’opera straordinaria, curata passo passo, fino agli ultimi ammodernamenti nel 2018.

La funivia della Marmolada amplifica la fama dei Vascellari che diventano anche i principali finanziatori della Freccia nel Cielo di Cortina che oggi vive la sua seconda giovinezza.

Il lavoro mastodontico, articolato in tre tratte, inizia nel 1967 e si conclude nel 1971. L’impegno economico è stato però enorme e i ritorni non sufficienti. Seguono tempi difficili. La famiglia affronta e patisce momenti delicati, il patrimonio dimagrisce in maniera notevole, mentre tutta la responsabilità si concentra ormai sulle spalle di Valentino e di Mario ritornato accanto al fratello per far fronte alla crisi, dopo un lungo periodo di esperienza all’estero.

La rimonta arriva con l’intuizione di ripartire dall’energia elettrica nell’azienda di Ospitale di Cadore bruciando biomasse e più in generale con l’impegno nelle energie rinnovabili. Mentre la vita delle funivie prende un nuovo corso con l’ingresso nel circuito Dolomiti Superski.

E siamo ormai all’oggi, con la discesa in campo della quinta generazione. Mentre Valentino Vascellari guida la Sicet (produzione di energie rinnovabili), suo figlio Andrea affianca lo zio Mario, presidente di Tofana 2021, nel ruolo di direttore della Freccia nel Cielo, dopo una laurea in ingegneria ed esperienze oltre confine. E a fianco di Andrea c’è il cugino Bruno, figlio della zia Ada, sorella del padre. Buon sangue non mente.

53 Freccia nel Cielo 2020 ©ManazProductions

Le donne del vino piacciono alle banche

Corriere economia 10-02-2020

scarica l’articolo del Corriere Economia

Le donne del vino piacciono alle banche. E’ la scoperta di una ricerca dell’Università di Siena su un campione di imprenditrici dell’Associazione Donne del vino, la più importante a livello internazionale tra le organizzazioni rosa del settore. Ed è una luce in fondo al tunnel: per la prima volta il divario dell’accesso al credito tra maschi e femmine, costantemente a sfavore di queste ultime, registra dati in controtendenza.

Associuazione Donne del vino 2

Ricerca Donne del vino e credito 1 focusUna notizia, senza dubbio. Un recente focus dell’Economia del Corriere della sera proprio sul gender gap, fotografa infatti una situazione inquietante. Secondo il World Economic forum la disparità politica verrà colmata tra 95 anni e quella retributiva addirittura tra 257 anni. Non solo. Il Global Gender Gap Report 2020, fresco di stampa, segnala che l’Italia è scesa dal 70mo al 76mo posto mondiale nella classifica dei Paesi che attuano la parità salariale. Mentre il Global Wage Report 2018 -2019 dell’International Labour Organization ribadisce che le donne continuano a essere pagate circa il 20% di meno rispetto agli uomini. Non a caso tra i 17 obiettivi per lo sviluppo sostenibile 2030 dell’Onu  figura «la piena e produttiva occupazione e un lavoro dignitoso per tutti e la parità di retribuzione per lavoro di pari valore».

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Wine&Siena

IMG_1212Siena come Bordeaux?

Ma davvero Siena può diventare la capitale italiana del vino e assumere il ruolo che Bordeaux riveste in Francia?  Così afferma e si propone Helmuth Kocher, patron del Merano WineFestival  e presidente della Gourmet’s international, organizzatrice della celebre manifestazione che compirà 29 anni il prossimo novembre 2020.

Si vedrà se il TheWineHunter altoatesino, capacissimo e determinato, avrà ragione. E soprattutto se saprà replicare con il Wine&Siena i fasti del Merano WineFestival, a tutti gli effetti, una delle più importanti manifestazioni del vino in  Italia.

Al momento l’evento senese chiude la sua quinta edizione con numeri in crescita: più di 3500 accessi, massima capienza possibile al Santa Maria della Scala, l’antico “Spedale” sulla via Francigena, in cui si è snodata la manifestazione; 1100 operatori accreditati, 100 giornalisti, esaurite le masterclass, successo anche per i seminari e gli eventi correlati. E 5400 euro la cifra raccolta con l’asta di beneficienza.

Un risultato interessante, anche per le 200 aziende enogastronomiche protagoniste a Santa Maria della Scala che da quest’anno è diventata la location principale dell’evento. Un luogo esclusivo senza dubbio, come tutti quelli che ospitano gli eventi di Wine&Siena: dalla Rocca Salimbeni di BancaMontePaschi, al Palazzo Sansedoni sede la Fondazione Mps, dal Palazzo del Rettorato dell’Università degli studi di Siena al Grand Hotel Continental: Siena è uno scrigno di storia e tesori e degustare un vino ritrovandosi vis a vis con il Duomo o affacciandosi a Piazza del Campo fa la differenza.

«Le degustazioni guidate alla scoperta di vini e terroir, storie e realtà enologiche italiane in un contesto unico come quello offerto da Palazzo Sansedoni» ha fatto notare Marco Forte, direttore generale Fondazione Mps «si confermano un binomio vincente e di gran successo anche in quest’ultima edizione della manifestazione. Un percorso tra arte e gusto che non ha uguali nel panorama vinicolo, una condivisione del progetto fra enti e istituzioni che rappresenta un’eccellenza fra le eccellenze».

Oggi  attorno a Wine& Siena, svoltasi sotto il patrocinio della Regione Toscana, si sono raccolte tutte le istituzioni senesi e regionali: una buona cosa in un contesto che rimane comunque poco capace di fare squadra.  Chissà se Wine&Siena saprà vincere anche questo limite. Di sicuro ha già fatto passi da gigante, da quando cinque anni fa Stefano Bernardini, presidente della Confcommercio di Siena e consigliere della Fondazione Montepaschi, ha avuto l’idea di creare a Siena una manifestazione dedicata al vino e alle eccellenze agroalimentari. In quel momento era solo. E’ stato bravo a convincere Banca Mps ed è stato bravissimo a coinvolgere Helmuth Kocher in qualità di organizzatore, con l’obiettivo-sogno di riproporre a Siena e in tutto il suo territorio il successo planetario del Merano WineFestival.

Santa Maria piccola 2 febbraio

La strada è lunga. Ma Bernardini guarda avanti: «Siamo molto soddisfatti.  Questo era per noi l’anno zero visto che abbiamo traferito la manifestazione al Santa Maria, e i risultati ci hanno dato ragione. Ci saranno poi da valutare alcuni elementi, ma è una scommessa vinta da tutta la città che si merita questo tipo di manifestazione ed è pronta a sostenerla. Non ci fermiamo a questi numeri e già iniziamo a parlare dell’edizione 2021». Parola di Bernardini.

Dal sito civiltà del bere

Cività del bere 17-1-2020Farnese vini passa al fondo Platinum Equity. Intervista al presidente Sciotti

http://www.civiltadelbere.com/farnese-vini-passa-al-fondo-americano-platinum-equity-intervista-al-presidente-sciotti/

 

Signorvino corre e rilancia

Luca Pizzighella direttore SignorvinoCi sono manager (pochi, per la verità) che possiedono la preziosa capacità di coinvolgere i propri collaboratori, di valorizzarli, di fare «squadra». E’ l’asso nella manica di Luca Pizzighella, il brand manager e il direttore del progetto Signorvino, la prima e unica catena italiana di enoteche che marcia a spron battuto e continua a crescere con programmi di sviluppo ambiziosi. «Il progetto funziona grazie al lavoro di tutti», sottolinea Pizzighella «i nostri wine&food specialist Michele Marchesini e Paolo Parenti, il coordinatore della formazione Marco Ceschi, Matteo Canton responsabile degli chef, Enrico Giurdanella capo della comunicazione, Elena Mazzuoli, ufficio stampa». E’ la punta di diamante di un organico di 300 persone che opera per Signorvino: la fortunata formula fondata da «mister Calzedonia» Sandro Veronesi, con suo figlio Federico, che conta oggi 16 punti vendita in location iconiche (a Firenze una terrazza sull’Arno, a Torino in una ex chiesa ortodossa, per dirne due), e si prepara ad aprirne altri 10 entro il 2021, non solo in Italia. Da Milano a Verona, da Torino a Brescia, da Firenze a Merano, Signorvino è ora pronto a sbarcare a Roma (nella centralissima Piazza Barberini), a Bergamo (nel centro commerciale di Curno) e ancora a Parma, mentre è in corso la ricerca di altri indirizzi cool a Milano, per esempio in zona Navigli e in Corso Como. Giro d’affari di 35 milioni, tra vino e ristorazione, Signorvino offre e vuole raccontare a un pubblico, prevalentemente giovane, 1500 etichette di vini di tutto il vigneto Italia, con un approccio morbido e allegro, che non vuol dire banale, puntando molto sulle storie e sul territorio: «E’ la filosofia che stiamo adottando anche nel food, cercando i prodotti tipici del territorio, come abbiamo fatto nel vino»racconta il giovane manager. Le direttrici di questa dinamica «enocatena»? Fare stare bene «i nostri clienti», capirne a fondo desideri e tendenze anche attraverso l’Osservatorio Signorvino e la creazione della fidelity card (appena lanciata ha già 12mila iscritti), potenziare il food, diventare maestri nella proposta del vino giusto al momento giusto, dare un servizio a 360 gradi che comprende anche spedizioni in tutto il mondo: parola di Luca.

Consorzio delle Venezie, Pinot grigio Stile italiano

Albino Armani presidente Consorzio Doc delle VenezieAlbino Armani è un vignaiolo appassionatio, convinto che «il suo sia il più bel lavoro del mondo e che mettere le mani nella terra per farla diventare vino sia il più bel mestiere che potesse capitargli di fare nella vita». Ma è anche un uomo determinato, capace di mediare e di fare squadra: caratteristiche indispensabili, che usa sicuramente in dosi massicce, quando mette l’abito di presidente del Consorzio Doc delle Venezie. La neonata denominazione che governa, promuove e custodisce il Pinot grigio, stile italiano, ovvero il vino bianco fermo più conosciuto al mondo, e anche la denominazione che si aggiudica da sola l’85% dell’intera produzione nazionale e il 42% di quella mondiale. Tanta roba e grandi numeri: 26.400 ettari di vigneti, tra le maggiori estensioni europee di un’unica varietà, 10 mila produttori, 362 imbottigliatori, 90 vini.
Raccordare e mettere ordine in questo ben di Dio spalmato in tre differenti regioni, Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino; aumentarne la qualità; definirne lo stile per distinguerlo in maniera precisa dalle altre più piccole produzioni e governare il mercato per garantire valore e reddito costante a tutta la filiera: sono queste le direttrici che guidano il cammino del nuovo Consorzio che ha volutamente legato la sua immagine a un simbolo famoso a livello planetario come il ferro della gondola veneziana.
Il tutto, scandisce Armani, con ì’appoggio «degli altri 19 Consorzi di tutela che condividono con noi questo progetto”, definendo un metodo di lavoro «che si chiama condivisione», puntando «in modo maniacale sul controllo di qualità dell’intera filiera» e soprattutto cercando «di trovare un equilibrio tra domanda ed offerta , premessa decisiva per la creazione del valore”.

Conzorzio Doc delle VenezieEd è solo l’inizio. La Doc ha obiettivi ambiziosi, come ha rilevato il primo summit internazionale sul Pinot grigio, svoltosi in ottobre a Venezia su iniziativa del Consorzio e il contributo professionale di Civiltà del Bere, storica testata diretta da Alessandro Torcoli.
E d’altra parte i potenziali di sviluppo ci sono tutti e possono essere davvero importanti a patto di «cambiare linguaggio», sottolinea Armani, mantenendo fermo il controllo su una produzione da oltre 200 milioni di bottiglie in modo da governare il posizionamento sul mercato e la valorizzazione di questo vino-vitigno italiano dalle caratteristiche oggi più definite. Grazie anche alla costituzione della Triveneta Certificazioni e al lavoro di più di 50 commissioni d’assaggio.
Vino familiare su tante piazze nel mondo, anche per la sua indiscutibile facilità di abbinamento con il cibo, il Pinot grigio deve in particolare la sua affermazione ai suoi due mercati di riferimento, quello americano e quello inglese. Usa e Uk si aggiudicano da soli il 70% dell’export totale di Pinot grigio. Ma in un mercato così complesso e concorrenziale come quello attuale, ciò non basta per vivere sugli allori. «Abbiamo numeri straordinari, ma dobbiamo restare affamati e mantenere la grinta per raggiungere nuovi consumatori, rafforzando la filiera in un’ottica di vero distretto», ha sostenuto Ettore Nicoletto, ad del gruppo Santa Margherita che ha portato il Pinot grigio in Usa 50 anni fa, collocandosi fin dall’inizio al vertice della scala dei prezzi: oggi il marchio veneto distribuisce in America 7,5 milioni di bottiglie a un prezzo medio di 22 dollari.
L’inglese Emma Dawson Master of Wine e senior buyer Berkmann wine cellar ha parlato chiaro: “E’ necessario lavorare per non essere i più economici nella lista dei vini, perché basta ottenere anche un piccolo premium price per essere distintivi. Il Pinot grigio delle Venezie ha la possibilità di posizionarsi tra i Pinot grigio premium, con grandi potenzialità di crescita nel mercato purché sia in grado di raccontare una forte identità territoriale e una riconoscibilità organolettica.”
Stessa musica sul mercato statunitense: «Nonostante la forte pressione dei Pinot gris americani, il Pinot grigio italiano resta sempre un vino molto apprezzato dal consumatore medio. E’ però necessario lavorare sulla qualità, sull’identità territoriale e sul packaging per promuovere una nuova immagine della DOC delle Venezie presso sommelier e opionion leader», ha detto Christy Canterbury, Master of Wine e giornalista di New York, aggiungendo che a suo avviso c’è spazio di crescita nella fascia di prezzo tra 10 e 25 dollari.
Insomma Il Pinot grigio delle Venezie deve, fortissimamente deve, cambiare mentalità e quindi passo, con un grosso impegno promozionale e di informazione, allontanando da sé l’immagine di commodity che lo condanna ai margini dell’interesse di nuove fasce di consumatori, a cominciare dai giovani.
Del resto non si tratta di un vinello qualunque: «A dispetto dell’immagine di semplicità della varietà, il Pinot grigio è un vitigno molto difficile da coltivare, al di fuori del suo optimum climatico, e che richiede una cultura e una tradizione viticola che dovremmo valorizzare in termini di comunicazione come elemento di valore della Doc», ha sostenuto Alberto Marchisio, dg di Cantine Vitevis, tra i gruppi cooperativi più attivi nella denominazione, come anche Mezzacorona, Cavit, Vivo Cantine, Collis Veneto.

«I grandi marchi che operano all’interno del Pinot grigio devono investire in questa denominazione ed è anche necessario operare una forte differenziazione nel segmento Pinot grigio», ha detto Sandro Sartor, dg di Constellation brands Europe, Middle east, Africa e della Ruffino, il gruppo toscano che ha investito pesantemente nell’area delle Venezie.

E a proposito di grandi protagonisti e di grandi marchi, non c’è dubbio che tutti indifferentemente abbiano interesse a che la base della denominazione, appunto la neonata Doc delle Venezie, mantenga un suo standing rispettabile e riconoscibile, a protezione dell’intera grande famiglia del Pinot grigio.

Panzano: biodistretto del Chianti Classico

panzanoIMG_8841Tanto di cappello ai 22 produttori dell’Unione viticultori di Panzano in Chianti: sono stati i primi, più di 25 anni fa, ad avere avuto l’idea di unire le forze per fare vini di qualità, salvaguardando però al tempo stesso il proprio ambiente di vita e di lavoro.
E tanto impegno hanno messo che hanno fatto centro. Oggi questa associazione che ha preso le mosse in occasione della prima edizione di Vino al Vino (in onda ogni anno a settembre), è ormai una realtà consolidata, con più di 450 ettari di vigne allevate secondo le regole dell’agricoltura biologica: primo biodistretto vitivinicolo d’Italia e da quest’anno biodistretto del Chianti Classico.
L’edizione 2019 di Vino al Vino, la 25ma, ha regalato assaggi interessanti e in alcuni casi sorprendenti di vecchie annate (1999 e 2009) di 18 produttori, con Fontodi che è andato ancora più in là nel tempo, sfoderando un “giovane 1989”.
Ma soprattutto è stata l’occasione per cogliere quel fermo convincimento dell’Unione, oggi presieduta da Cosimo Gericke della Fattoria di Rignana, di proseguire con determinazione per quella strada condivisa nel segno della qualità e della sostenibilità. Il tutto l’orgoglio di essere stati gli apripista di quel processo di unione che ha coinvolto in seguito i produttori di Castelnuovo Berardenga, Radda in Chianti e Gaiole in Chianti.
Non se la prendano i tanti bravi produttori di Chianti Classico: ma non c’è dubbio che al momento Panzano in Chianti è il fiore all’occhiello della sua denominazione.

Bolgheri: una Doc al galoppo

Bolgheri_2019-81874«Senza i lavoratori extracomunitari, e in particolare senza le comunità di senegalesi e marocchini, non potremmo andare avanti e non ci sarebbe la meraviglia che voi potete vedere qui intorno»: parola di Federico Zileri Dal Verme, presidente del Consorzio per la tutela dei vini Doc Bolgheri. L’imprenditore bolgherese, anche proprietario dell’azienda agricola Castello Bolgheri, ha chiuso così, al Teatro Roma di Castagneto Carducci, il racconto dei primi 25 anni di vita della celebre Doc, tratteggiato dall’esperienza diretta e dalle emozioni di importanti protagonisti-produttori, vecchi e nuovi. La magnifica sottolineatura di Zileri moltiplica il valore di un territorio che nutre vini cult del panorama vitivinicolo nazionale e internazionale, a cominciare dal tris d’assi Sassicaia, Masseto, Ornellaia; che si è imposto alla velocità del suono come zona eletta di produzione di grandi vini; che esprime un’alta qualità diffusa e crescente declinata da etichette amate da critica e consumatori, come Guado al Tasso, Paleo, Messorio, Grattamacco, Sondraia, Argentiera.
Vini-&-Cipressi-1193Un territorio che rappresenta un vero e proprio «miracolo italiano: perché è difficile trovare un altro posto dove nell’arco di una generazione si è saputa creare una denominazione conosciuta in tutto il mondo », sottolinea Albiera Antinori, presidente della storica casata toscana che a Bolgheri possiede la Tenuta Guado al Tasso, uno dei gioielli della Marchesi Antinori, quello cui la famiglia è più legata, perché sono qui terra e mare delle vacanze familiari.
E’ un fatto che questo angolo della Toscana, nell’area di Castagneto Carducci, tra le colline e il mare, dolce e selvaggio al tempo stesso, possieda doti speciali. Ma nulla della Bolgheri di oggi era prevedibile quando, nel 1972, il Sassicaia da vino per la famiglia decise di aprirsi al mercato. Il successo è arrivato presto e non solo in Italia, attirando l’attenzione di quel pugno di pionieri che ha posto le basi del futuro sviluppo di questa terra: dai fratelli Antinori (Lodovico con Ornellaia e Piero con Guado al Tasso) a Piermario Meletti Cavallari (Podere Grattamacco), da Michele Satta a Eugenio Campolmi e Cinzia Merli (Le Macchiole). Insomma se Bolgheri è quel che è, si deve all’intuizione di Mario Incisa della Rocchetta, un piemontese appassionato di vini francesi, e “molto cocciuto”, come ha ricordato la nipote Priscilla Incisa della Rocchetta, brand ambassador del Sassicaia nel mondo. Arrivato a Bolgheri, a seguito delle nozze con la contessa Clarice della Gherardesca (la famiglia dei conti signori del territorio dal X secolo) Incisa della Rocchetta ha di fatto creato un mito.


Ma questa, ormai, è storia. Da quei gloriosi anni Ottanta, che tennero a battesimo anche il primo disciplinare di tutela dei vini Bolgheri ( nel quale però si erano dimenticati dei vini rossi!) è scaturito un interesse crescente per il territorio, con la revisione della Doc per comprendere i vini rossi, il blend Cabernet e Merlot e istituire la sottozona Bolgheri Sassicaia all’interno della Tenuta San Guido (diventata in seguito Doc indipendente), la creazione del Consorzio di Tutela fondato da 7 soci e presieduto da Nicolò Incisa della Rocchetta, l’arrivo massiccio di nuovi investitori, soprattutto dalla fine degli anni Novanta.
“Il gusto internazionale si è formato su questi vini. Qui c’è qualità totale, qui può nascere una seconda Napa Valley”, sostiene Giovanni Geddes che coccola e cura la tenuta Ornellaia, gemma preziosa del bolgherese e del gruppo Frescobaldi.
D’altra parte, se è indiscutibile il merito dei pionieri, la passione e l’impegno di chi è arrivato in seconda battuta, dal marchigiano Giovanni Chiappini, al veneto gruppo Allegrini (Poggio al Tesoro) la dicono lunga sulla spinta e il sostegno che questa terra riceve dai suoi produttori. I quali sono ricambiati da un disciplinare di produzione che concede grande libertà operativa, come dimostra anche l’inclusione nella Doc dei vini prodotti da una sola delle tre uve principali della denominazione: Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Merlot. «E’ un disciplinare che lascia grandi spazi e noi ne abbiamo sicuramente beneficiato», dice Antonio Capaldo alla guida della campana Feudi di San Gregorio, sbarcato a Bolgheri pochi anni fa acquistando Campo alle Comete «con l’obiettivo di avere una maggiore capacità di penetrazione all’estero».
«Penso che oggi sarebbe utile un rapporto pubblico-privato per mantenere l’integrità del territorio», afferma Marilisa Allegrini, anche sostenitrice della creazione di una scuola di formazione dedicata ai giovani.
Va da sé che alla fine di questa galoppata attraverso l’iconico Viale dei Cipressi di Carducciana memoria, i 7 soci fondatori del consorzio sono diventati 56, gli ettari coltivati sono passati da 190 a 1.370, il numero di etichette si è moltiplicato e le vendite crescono: la Doc Bolgheri è oggi l’unica in Toscana a registrare un incremento a due cifre.

Focus sulle COOP

In attesa del magnifico Rapporto Cooperative che il Corriere Vinicolo prepara ogni anno utilizzando i dati della classifica, ecco un piccolo antipasto del lavoro svolto dalle 43 cooperative presenti nella graduatoria 2018 delle maggiori cantine italiane.

Complessivamente l’esercito cooperativo ha realizzato nell’ultimo esercizio 2,9 miliardi di fatturato, ha operato su 132mila ettari di vigneti, ha prodotto più di un miliardo di bottiglie e ha dato lavoro 4.698 dipendenti.

Il fatturato delle sole coop incide per il 43,8% sui 6,6 miliardi incassati dalle 105 cantine della graduatoria. L’incremento sull’anno precedente è stato del 7,6%, quindi migliore di quello conseguito dall’intero campione (+6,29%). La crescita del fatturato estero è stato del 3,33%, inferiore a quella del campione (+4,66%), mentre il lavoro sul mercato italiano si è sviluppato dell’11,92%, oltre 3 punti in più rispetto al campione (+8,61%). Morale: la cooperazione è molto più forte delle aziende private sul mercato interno, mentre resta ancora indietro in fatto di esportazioni.

Ancora una volta la regione più rappresentata in classifica è il Veneto con 11 coop per un fatturato di 1,1 miliardi. Segue l’Emilia Romagna con 6 cantine e un fatturato di 660 milioni, seguita da Trentino e Alto Adige con 5 aziende ciascuno per un fatturato pari rispettivamente a 482 milioni e 93 milioni. Le uniche regioni che non hanno cooperative in classifica sono Campania, Lombardia, Umbria.

Passando ai dati, resta inattaccata la supremazia delle coop al vertice del mercato italiano, come ampiamente raccontato in sede di classifica. Per i più distratti si ricorda che ben 9 coop si piazzano nel gruppo dei 21 big che vantano più di 100 milioni di fatturato e guidano la classifica delle maggiori 105 cantine italiane. Dalla corazzata Cantine Riunite a Caviro, da Cavit a Mezzacorona, da Cantina di Soave a La Marca vini e spumanti, da Terre Cevico a Collis Veneto wine group e infine a Vivo Cantine, entrata proprio quest’anno nell’area big.

Al di là delle dimensioni, sono interessanti altri aspetti.  Scorrendo i dati, si nota per esempio che le coop che possono contare sulla maggiore estensioni di vigneti di proprietà dei soci sono in Emilia Romagna il Gruppo Caviro, numero uno con ben 36.624 ettari, seguito a grande distanza dalla veneta La Marca vini e spumanti (13mila ettari), dalla siciliana Colomba bianca (7 mila ettari) e dal romagnolo Terre Cevico (6.980 ettari).

Quanto alla produzione di bottiglie è l’Emilia Romagna a dettare legge. Sul podio con i 244,2 milioni c’è Caviro, in compagnia delle Cantine Riunite (217,8 milioni di bottiglie cui vanno aggiunti gli 85,6 milioni del Giv) e di Terre Cevico con 80,4 milioni.

Uno sguardo infine all’export: le coop più export oriented sono al primo posto Mezzacorona con una quota export sul fatturato dell’84%, seguita da La Marca con l’81,7%,  Cavit con più del 78%, Araldica Castelvero (70,83%). Quest’ultima opera all’estero anche attraverso il suo braccio commerciale Adria Vini (98,5%). Vantano un export superiore al 50% del fatturato La Vis, Valpolicella Negrar, Terre Cortesi Moncaro.


Qualsiasi riproduzione dei dati deve essere autorizzata.
Azienda Vitivinicola
Regione
Fatturato tot
(in milioni)
Fatturato tot.
Var.%
Italia
(in milioni)
Italia
var.%
Export
(in milioni)
Export
Var.%
Investimenti
(in migliaia)
N° Bottiglie
(in milioni)
Ettari vitati
Dipendenti
n.
1
Cantine Riunite & Civ
E. Romagna615,33,54206,533,56408,866,4416.177217,85.5601.134
di cui: Gruppo Italiano Vini
Veneto388,00,7898,325,34289,774,6613.83285,61.340829
2
Gruppo Caviro
E. Romagna235,86,80168,271,3267,628,6815.840244,236.624372
3
Cavit
Trentino190,54,3641,621,83148,978,172.972--5.700236
4
Gruppo Mezzacorona
Trentino188,21,8830,116,00158,184,003.61549,33.500479
5
Cantina di Soave
Veneto141,019,4993,065,9648,034,0432.40037,05.800182
6
La Marca Vini e Spumanti
Veneto140,26,7325,518,21114,781,793.00047,013.00089
7
Terre Cevico
E. Romagna131,216,3489,368,0541,931,956.85880,46.980276
8
Collis Veneto Wine Group
Veneto119,03,4888,874,6230,225,384.39019,26.100208
9
Gruppo Vi.V.O. Cantine
Veneto101,919,8152,351,3149,648,693.15830,64.699115
10
Vignaioli Veneto Friulani
Friuli VG79,015,3379,0100,000,00,003.030--4.00017
11
La Vis
Trentino71,87,8629,841,5042,058,5080029,0763133
12
Cantina Viticoltori Ponte
Veneto71,014,5248,868,7322,231,274.32116,02.50071
13
Cantine Settesoli
Sicilia54,89,4729,654,0425,245,962.78524,85.027170
14
Viticoltori Friulani La Delizia
Friuli VG49,61,6428,357,0821,342,922.26524,52.11981
15
Cantina Produttori Valdobbiadene
Veneto49,65,4338,878,2010,821,801.75613,695057
16
Araldica Castelvero
Piemonte44,05,9512,829,1731,270,831.51513,792593
17
Colomba Bianca
Sicilia43,135,3636,684,936,515,074.4601,87.00026
18
Cantina Tollo
Abruzzo41,77,4034,382,257,417,751.29511,5--63
19
Citra Vini
Abruzzo39,312,4119,850,4819,549,5280026,0--54
20
Cantina di Rauscedo
Friuli VG38,648,7337,597,151,12,855.3771,11.70031
21
Cantine Vitevis
Veneto37,71,2625,567,6112,232,391.2007,22.20053
22
Cantina Montelliana e dei Colli Asolani
Veneto35,116,3716,145,9619,054,0498015,0--39
23
Cantine Due Palme
Puglia34,819,5721,762,3213,137,68--15,02.400130
24
Cantina Valpolicella Negrar
Veneto33,1-9,7913,941,9619,258,041.1048,273037
25
Cantina di Carpi e Sorbara
E. Romagna28,319,6624,887,633,512,372.0703,01.96336
26
Terre Cortesi Moncaro
Marche24,45,6311,848,3612,651,644511,01.35054
27
Cantina Caldaro
Alto Adige21,6-5,2216,475,895,224,1110.4243,345058
28
Cant. Prod. San Michele Appiano
Alto Adige21,52,3817,079,074,520,935253,338040
29
Le Chiantigiane
Toscana20,00,0017,788,502,311,5020311,0--42
30
Cantina di Bolzano
Alto Adige19,64,1416,081,643,618,3620.2023,633634
31
Cantina Sociale di San Martino in Rio
E. Romagna19,05,5618,094,741,05,261.0000,21.29519
32
Cantina Sociale ValTidone
E. Romagna18,79,6518,799,950,00,055976,71.00431
33
Terre del Barolo
Piemonte18,2-0,3412,468,155,831,852.1753,060038
34
Cantina Vecchia Torre
Puglia18,021,8511,161,716,938,296833,31.30016
35
Adria Vini
Piemonte17,9-7,220,31,4917,798,51--10,5--0
36
Vivallis
Trentino17,911,7917,9100,000,00,0012.7690,288316
37
Gotto d'Oro
Lazio17,19,6216,395,320,84,681.2006,91.30029
38
Cantina Colterenzio
Alto Adige15,35,3710,971,244,428,762802,630037
39
Cantina Tramin
Alto Adige14,61,9511,578,443,221,561861,827127
40
Cantina Toblino
Trentino14,0-6,4414,0100,000,00,001400,480518
41
Cantina Castelnuovo del Garda
Veneto12,4-1,987,661,294,838,71--4,077525
42
Cantina Santadi
Sardegna10,65,357,570,563,129,449081,552032
Totali 2018
2.9157,631.51852,051.39847,95173.5051.009131.8094.698

Numeri e statistiche ma non solo.

L’ impressione è che molte tra le cooperative stiano dando prova di dinamismo e capacità progettuale come mai prima, realizzando progetti impensabili in passato: basti pensare all’accordo raggiunto due anni fa tra i due gruppi rivalissimi sul loro territorio, Caviro e Terre Cevico,  nell’ambito del progetto Bolè (la creazione di bollicine romagnole dal vitigno Trebbiano).

Giorgio Mercuri , presidente Alleanza coop agroalimentari

Giorgio Mercuri

Ruenza Santandrea

Ruenza Santandrea

Ciò si deve anche a una classe dirigente più moderna e capace (non ovunque purtroppo) e agli stimoli che arrivano dal vertice degli organismi di settore: dall’impegno di Giorgio Mercuri, presidente dell’Alleanza delle cooperative agroalimentari a Ruenza Santandrea, coordinatrice del settore vitivinicolo dell’Alleanza, per citare due delle persone che più si battono  per far valere l’importante ruolo economico che la cooperazione riveste all’interno del comparto vitivinicolo nazionale. Trovando grande sostegno e partecipazione attiva in Maurizio Gardini e Fabiola Di Loreto presidente e dg di Confcooperative. Insomma è un’orchestra che suona all’unisono e che sicuramente ispira la nuova capacità delle coop più in gamba di incontrare e di farsi conoscere al grande pubblico, come è avvenuto a Milano in occasione delle prime due edizioni di Vivite, il festival del vino cooperativo, organizzato dall’Alleanza delle cooperative agroalimentari, che ha  registrato un successo di presenze, con tanti giovani, al di sopra delle migliori previsioni.

Dario Cecchini lancia Panzano Arte

Dario Cecchini e Nathalie Decoster

Dario Cecchini e Nathalie Decoster

Tutta colpa di quel vulcano di Dario Cecchini. «Il macellaio poeta più famoso del mondo» è il padrino di Panzano Arte, una nuova bella iniziativa che porta nel Chianti, in uno dei comuni top del Chianti classico, l’arte contemporanea di artisti internazionali. La prima a rompere il ghiaccio è l’artista francese Nathalie Decoster: prorompente, simpatica, grande sorriso e capacità di trasmettere emozioni. E soprattutto entusiasta di essere stata coinvolta in questo progetto che si nutre della bellezza del paesaggio toscano offrendo all’artista spunti e ispirazioni speciali. Protagoniste della prima edizione di Panzano Arte, dal 22 giugno al 18 settembre le opere di Decoster, 29 sculture in bronzo e acciaio in diversi formati, saranno a disposizione di chi ama l’arte in un percorso artistico che dalla Piazza di Panzano tocca anche quattro cantine Fontodi , La Massa, Tenuta Casenuove e Renzo Marinai. Il tutto sotto la regia di Mila Sturn, curatrice della manifestazione che avrà cadenza biennale.

 

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