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IWB, FINANZA PER LO SHOPPING

Corriere economia maggio 21, ADMIL VINO HA BISOGNO DI CAMPIONI

Le ambizioni maturano in botte. «Il nostro obiettivo è diventare il primo gruppo vinicolo privato italiano, consolidando altre realtà del settore»: Simone Strocchi, vicepresidente di Italian wine brands, non usa giri di parole per rivelare i progetti della società vitivinicola che per prima si è quotata in Borsa ed è oggi a una public company con un flottante vicino all’80%. Tra i maggiori protagonisti del mercato, Iwb ha chiuso l’ultimo esercizio con un fatturato di 204 milioni, grazie a una crescita del 27,3%, nettamente superiore alla media, che ha sospinto anche il suo valore in Borsa, facendo lievitare il titolo fino a 30 euro (contro i 10 euro al momento della quotazione nel 2015), pari a una performance del +118% solo nell’ultimo anno. Una marcia con il vento in poppa quella di Iwb: mercoledì 5 maggio, è stato sottoscritto in pochi minuti il prestito obbligazionario di 130 milioni deliberato lo scorso 14 aprile, destinato a investitori istituzionali e retail e, ciliegina sulla torta, Italian wine brands ha ricevuto il sostegno di Cassa depositi e Prestiti e Sace, sottoscrittori di una tranche di 25 milioni, evidentemente convinti della strategia di crescita dell’azienda.

Iwb Da sinistra, Simone Strocchi, vice presidente, e Alessandro Mutinelli, ceo

Iwb Da sinistra, Simone Strocchi, vice presidente, e Alessandro Mutinelli, ceo

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Fonte ISMEA-UIV: VINO TRICOLORE MEGLIO DELLE PREVISIONI E DEI COMPETITOR UE. TENGONO VOLUMI, VALORI E PREZZO

 (Roma, 11 marzo 2021). Tiene l’export italiano di vino nel 2020, con il Belpaese che recupera ancora nell’ultimo trimestre e riduce le perdite a valore a -2,3%, per un corrispettivo di 6,285 miliardi di euro. Molto meglio dei suoi principali competitor europei – Francia e Spagna -, che chiudono l’anno del Covid rispettivamente a -10,8% (a 8,7 miliardi di euro) e a -3,2%. Dati questi che consentono all’Italia di riprendersi la leadership mondiale di esportazioni a volume con oltre 20,8 milioni di ettolitri (-2,4%) ai danni della Spagna.

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Il vino in Borsa è sempre un affare

Mio pezzo su Civiltà del Bere

Mio pezzo su Civiltà del Bere

Gli indici e l’andamento delle aziende italiane quotate, Masi Agricola e Italian Wine Brands, indicano che investire sul vino in Borsa continua a essere una scelta fruttuosa, anche di questi tempi. Alcuni insight dal mercato.

Secondo l’ultimo rapporto di Mediobanca sul mercato internazionale del vino, fino allo scoppio della pandemia, le aziende vitivinicole quotate in Borsa hanno sfoggiato performance invidiabili, con rendimenti superiori a quelli delle Borse mondiali: dal gennaio 2001 al 3 aprile 2020, l’indice del settore è cresciuto, compresi i dividendi distribuiti, del 222,5% a fronte del 129% messo a segno dai listini globali. In soldoni vuol dire che 100 euro investiti sul vino 20 anni fa, al 3 aprile del 2020 si sono trasformati in 322,5 euro; mentre lo stesso investimento in Borsa avrebbe reso 229 euro. Sempre Mediobanca ci dice che la capitalizzazione complessiva delle 52 società che compongono l’indice di Borsa (creato dalla banca d’affari milanese nel 2004) ha subito una brusca perdita del 30% nel primo trimestre 2020 a seguito del Covid-19, scendendo, a fine marzo 2020, a 35,8 miliardi di euro (rispetto ai 47,4 miliardi del marzo 2019), bruciando in tre mesi quasi l’intera crescita dell’ultimo quinquennio.

Mio pezzo su Civiltà del Bere

Circuito Elite e aziende quotate
Ciononostante Bacco in Borsa non ha perso le sue potenzialità. Continua a esserci un interesse importante dei fondi nei confronti delle Cantine italiane. E sono ormai un bel gruppo le aziende che fanno parte del circuito Elitdi Borsa italiana, propedeutico alla quotazione o all’apertura del capitale a terzi, come Farnese vini, Guido Berlucchi, Botter, Velenosi, Argiolas, Frescobaldi, Varvaglione, Mgm Mondodelvino. All’atto pratico sono solo due le aziende vinicole italiane oggi presenti in Borsa: Masi Agricola Italian Wine Brands. Due realtà diverse tra loro, approdate al listino nel 2015. (altro…)

1,6 miliardi di brindisi in tutto il mondo, le stime UIV-Ismea

dida

L’articolo dal Corriere della sera, L’economia del 14-12-2020

273 milioni di bottiglie per oltre 1,6 miliardi di brindisi: cin cin con le bollicine italiane in tutto il mondo in occasione delle prossime feste. Le stime dell’ Osservatorio vino dell’Unione italiana vini (Uiv) e delI’Ismea confermano la leadership degli spumanti italiani anche nell’anno del Covid-19. Le previsioni di consumo rivelano volumi complessivi in lieve incremento, con 273 milioni di bottiglie made in Italy vendute nel mondo sotto le feste (+1,3%) di cui quasi 74 milioni solo in Italia dove però si registra una flessione del 2,3%.

«Le stime sulle vendite in Italia e all’estero in questa particolare congiuntura» dice il segretario generale di Unione italiana vini, Paolo Castelletti «premiano la maggior versatilità di gamma delle bollicine italiane, in grado di reagire con più elasticità alle dinamiche di mercato determinate dal lockdown e dalla conseguente impasse dei canali tradizionali del fuori casa. Occorre però ricordare come a fronte di una sostanziale tenuta dei volumi, anche i nostri sparkling stiano pagando un caro prezzo sulla partita del valore, all’estero come in Italia. Uiv ritiene quindi fondamentale monitorare un fenomeno da una parte ascrivibile al minor potere di acquisto dei consumatori e a un conseguente effetto sostituzione, dall’altra a inaccettabili condotte speculative riscontrate lungo le catene commerciali off e on line in un periodo di maggior debolezza da parte del mondo produttivo”.Bottiglie delle feste

Tenendo conto dei 3,5 milioni di bollicine estere nelle prossime feste si stapperanno in Italia complessivamente 77,1 milioni di bottiglie. Certo la pandemia ha di colpo stoppato le crescite al galoppo degli ultimi anni di questa categoria di vini.

Specie in occasione della Pasqua, uno dei due momenti principali di consumo assieme al Natale, le bollicine hanno accusato una caduta delle vendite superiore al 20%. Cosa accadrà in Italia a fine anno senza le feste in piazza e i ristoranti chiusi? Secondo Uiv-Ismea le prossime feste incideranno per il 35% sul fatturato annuale di bollicine, grazie alle vendite in Gdo e nei negozi, ciambelle di salvataggio del mercato messo in ginocchio dallo stallo del canale horeca (ristoranti, bar, catering). Si venderanno però bottiglie meno costose: no ai top di gamma, no agli champagne (che accusano un crollo delle vendite a due cifre in tutto il mondo), sì alle etichette di prezzo meno alto, ugualmente piacevoli e rigorosamente italiane: c’è grande scelta, dal Trento doc alla Franciacorta, dall’Alta Langa all’Oltrepò Pavese, dall’Asti spumante alle tante proposte da vitigni autoctoni fino al popolare Prosecco, sia nella sua più semplice versione Doc, sia in quella più pregiata della docg del Conegliano Valdobbiadene e Asolo. Stando alle stime la spesa per le bollicine dovrebbe diminuire in media del 10% e ciò determinerà una flessione di oltre il 12% del fatturato delle feste che dovrebbe quindi raggiungere i 199 milioni di euro, contro i 226 milioni del 2019.

I produttori incrociano le dita. Sono tempi duri per le bollicine simbolo della festa e dei consumi fuori casa. «Manca la convivialità che è il motore principale di questi vini. Mancano le cene aziendali, nei circoli, tra amici tipiche di questo periodo e tutto ciò pesa sul risultato di cantine come la nostra che hanno una presenza prevalente nella ristorazione, il settore che sta pagando il prezzo più alto», dice Matteo Lunelli presidente del gruppo trentino che possiede, tra l’altro, le pluridecorate Cantine Ferrari (spumanti Trento doc) e la boutique del Prosecco Bisol che avendo scelto di operare solo nel canale horeca, in particolare in Gran Bretagna , soffre come il fratello Ferrari.  «Dopo cinque anni di vento in poppa mi aspetto una chiusura dell’anno in calo di circa il 15%, ma resto ottimista, perché più siamo chiusi più crescerà la voglia di ripresa e i consumi torneranno a correre».

Luci e ombre nell’area del Prosecco, la bollicina più venduta al mondo: tra produzione Doc (460 milioni di bottiglie) e Docg si va ben oltre il mezzo miliardo di bottiglie. Se la cavano bene e anche benissimo le cantine che vendono nella grande distribuzione, bene quelle multicanale, molto meno quelle che sono legate esclusivamente al canale horeca.

«Anno difficile. Dopo la ripresa estiva, le nuove chiusure stanno penalizzando in maniera pesante il nostro canale che è fatto essenzialmente di ristoranti e winebar costretti a chiudere alle 18 e ciò si traduce in una flessione certa del nostro fatturato vicina al 30%», sottolinea Alberto Serena alla guida di Montelvini, tra le aziende di riferimento del Prosecco, con una produzione di fascia medio-alta. «La nostra è una azienda solida e io sono positivo. Non si tratta di una crisi sistemica e mi aspetto una ripresa, ma i danni di quest’anno lasceranno il segno perché molti locali chiuderanno e ci vorrà tempo per ritornare ai livelli del 2019».

C’è il sole a Villa Sandi tra i leader del Prosecco, dove il patron Giancarlo Moretti Polegato opera sui due tavoli horeca e gdo. «Il mondo del Prosecco doc si è difeso bene e i dati ufficiale al 30 novembre registrano una crescita del fatturato dello 0,7% che sale fino all’1,6% se si calcola la novità del Prosecco Rosè entrato in commercio a metà ottobre: 13 milioni di bottiglie già tutte vendute, di cui 1 milione prodotto da Villa Sandi», sottolinea Moretti Polegato che conta di finire l’anno con un segno più. «E chiaro che avevamo diverse ambizioni, ma siamo soddisfatti di chiudere in linea con lo scorso anno in un contesto così difficile».

Cambia la musica in Franciacorta, terra di spumanti metodo classico di fascia alta. «Dopo una partenza magnifica stiamo per chiudere un anno negativo con cali del fatturato che oscillano mediamente tra il 20% e il 30%» spiega Silvano Brescianini, presidente del Consorzio Franciacorta. «In Franciacorta ci sono molte cantine di nicchia, piccole e piccolissime che lavorano esclusivamente nel canale horeca ed è inevitabile che stiano soffrendo. La cosa positiva però è che non abbiamo nessun problema per il prodotto che rimanendo in cantina si affina di più e diventa sempre più buono».

Anna Di Martino

Quanto si incassa a Natale, chi sono i 12 big

dida

L’articolo dal Corriere della sera, L’economia del 14-12-2020

Dall’ultima di novembre alla prima di gennaio: sono le sette settimane cruciali per il mercato del vino, quelle che possono cambiare il bilancio di una cantina. Da sempre. Ma mai come quest’anno in cui tutto il mondo dei cosiddetti consumi “fuori casa” (ristorazione, bar, enoteche, catering) è al tappeto causa pandemia e le vendite sono concentrate essenzialmente nella grande distribuzione organizzata (Gdo), canale attraverso cui passa più del 60% del commercio del vino in Italia.

«Questo periodo, che comprende le feste di Natale e Capodanno, è storicamente molto importante per il mercato del vino, sia per quanto riguarda i vini fermi e ancora di più per il mondo degli spumanti» sottolinea Virgilio Romano, direttore area vini della società di ricerca IRI. «Di fatto le vendite natalizie possono rappresentare il 20% del fatturato vino dell’anno nella Gdo».

Esclusiva iri stima crescita di mercato

Quale sarà il fatturato vino della Gdo nelle 7 settimane 2020?
Due le ipotesi più probabili secondo l’IRI. Una prevede che l’incremento delle vendite natalizie sarà pari a quello realizzato nei primi 11 mesi di quest’anno e cioè +6,9%
La seconda punta più in alto e prevede una crescita del 7,2% pari a quella realizzata nei primi sei mesi che comprendono il trimestre del lockdown nel quale sono stati realizzati incrementi particolarmente elevati.

Un’indagine esclusiva di Iri mette a fuoco il fatturato che il canale moderno ha realizzato nelle sette settimane degli ultimi 5 anni: dai 450 milioni totalizzati nel 2016 fino ai 513 milioni del 2019. Come sarà l’ultimo miglio del 2020? Considerata improbabile una crescita zero, Iri punta su due ipotesi. La prima: il fatturato raggiunge i 548,7 milioni con un aumento del 6,9% sul 2019: questa stima immagina un trend analogo a quello registrato nei primi 11 mesi dell’anno.  La seconda: il fatturato cresce del 7,2% fino a 556,2 milioni, nell’ipotesi che l’incremento delle vendite sia pari a quello realizzato nei primi 6 mesi che comprendono il  trimestre del lockdown quando si sono realizzate punte di crescita fuori dal normale
Si vedrà quale sarà il risultato finale. Di certo siamo in chiusura di un anno irripetibile per la Gdo.

La ricerca Iri per Vinitaly sui primi 10 mesi del 2020 ha svelato numeri impensabili fino allo scorso anno. A cominciare dall’incremento delle vendite pari al 6,9% in valore e al 5,3% in volume, clamorosi rispetto ai risultati 2019 (+1,8% in valore e +1,2% in volume), giudicati buoni in quel momento, dopo anni di calma piatta. Non solo.  Sono aumentate le vendite di vino nella categoria medio-alta, con incrementi del 13,6% nella fascia di prezzo dai 7 ai 10 euro e dell’8,7% nella fascia da 5 a 7 euro, il tutto con una flessione delle promozioni e anche dei vini dai 3 euro in giù.

Insomma una rivoluzione che lascerà segni permanenti, confermando anche un approccio diverso del consumatore, più attento alla qualità che alla quantità e più sensibile al nome della produttore. Non a caso nei mesi di consumo obbligato in casa si sono fatte largo molte cantine forti nel canale horeca (ristoranti, bar, catering) che hanno registrato incrementi di vendita a due cifre. E’ così che tra le bottiglie di maggior prezzo, spiccano le performance di Donnafugata, Frescobaldi, Feudi di San Gregorio, Casale del Giglio, Fontanafredda, Tormaresca, Marchesi Antinori.

«Si può anche dire che la Gdo è cambiata, è più attenta al produttore di nicchia che quindi si trova più a suo agio, e offre un servizio straordinario che contempla varie proposte e fasce di prezzo. L’importante è capire che si tratta di un canale molto esigente che va servito con professionalità», sostiene Lamberto Frescobaldi alla testa di una griffe presente in tutti i segmenti di mercato, dal lusso (con etichette cult come Masseto) alla Gdo con il rosso Remole.

«Il consumatore è cresciuto nel suo palato e ha scelto il vino della cantina preferita che beveva al ristorante o al winebar, forse l’acquisto di quella bottiglia ha rappresentato anche una piccola gratificazione in un momento di difficoltà», sottolinea Antonio Rallo ad di Donnafugata, la maison siciliana che, complici anche le sue originali etichette, ha registrato un incremento monstre di oltre il 30% il più alto in assoluto.

12 big GDOPiù in generale tutte le aziende storicamente presenti nella Gdo hanno conseguito risultati superiori alla media. A cominciare dai 12 big del comparto che detengono una quota di mercato in valore superiore all’1% delle vendite di vino confezionato (dalla bottiglia al brick al bag in box). Le aziende sono tutte presenti nella classifica delle 105 maggiori cantine italiane. Come si vede in questa specifica graduatoria, i primi sei posti appartengono al mondo cooperativo che è anche quello che ha retto meglio in questo anno così difficile, grazie al suo legame, spesso esclusivo, con la grande distribuzione. Inarrivabile è Caviro con una fetta di mercato superiore al 7% (che sfiora il 14% in volume). Oscilla tra 4% e 1,7% il peso di altri grandi attori come il Gruppo italiano vini e la controllante Cantine Riunite (le due assieme raggiungono la quota di Caviro), Terre Cevico-Due Tigli, mamma del popolare San Crispino o ancora Cavit con la sua linea Maestri Vernacoli che vanta una crescita del 14,3% e lo spumante Muller (+11,3%).  Il canale della distribuzione moderna, il cosiddetto off trade, è il principale drive di sviluppo di Cavit anche sui mercati esteri che assorbono l’80% del fatturato  del Consorzio trentino che ha chiuso un consolidato di 209,7 milioni (+ 9%) che tiene conto dell’operazione di acquisto delle tre aziende Casa Girelli, Cesarini Sforza e Glv dalla Cantina La Vis e Valle di Cembra ora nuova socia del Consorzio. Un risultato molto significativo grazie anche alla «strategia di forte diversificazione di prodotti, canali e mercati esteri implementata in questi anni», come sottolinea il direttore Enrico Zanoni.

Ha una quota di mercato di 1,3% Mezzacorona protagonista di una crescita del fatturato superiore al 10%, la più alta tra le coop. Stesso exploit anche per due realtà private: la veneta Zonin 1821 (+10,8%) e la toscana Cecchi (+10,7%) che è anche la maggiore azienda privata nel segmento di maggior valore, quello delle bottiglie da 0,75%, dove vanta anche il prezzo medio più elevato tra i maggiori competitor.

I dodici big portano sul mercato etichette popolari al grande pubblico. Qualche nome? Il gettonatissimo Freschello di Cielo e Terra, Tura Lamberti (Giv), Maschio (Riunite), Corvo Glicine (Duca di Salaparuta), Morellino La Mora (Cecchi), Lambrusco Villa Cialdini (Chiarli), Tavernello (Caviro).

Va da sé che sugli scaffali del canale moderno la competizione è molto forte e l’attenzione delle aziende è massima. «Tra i progetti c’è quello di portare negli scaffali italiani la nostra linea di vini biologici già presente nei supermercati esteri e di posizionare meglio i nostri vini per presidiare la fascia di prezzi più alta», afferma Andrea Sartori, presidente e ad della veneta Sartori, protagonista di un nuovo corso dopo il riassetto azionario (passaggio in maggioranza della Cantina di Colognola e potenziamento della quota dei fratelli Andrea e Luca  Sartori che conservano la guida aziendale) con la revisione di tutte le linee di prodotti, il rinnovamento del packaging e il riposizionamento dei vari brand.

Cooperative come Settesoli, Cantina di Soave, Citra, Tollo. Privati come Fratelli Martini, Villa Sandi, Santa Margherita, Banfi,  Pasqua, Mionetto, Tenute Piccini o Mondo del Vino: sono tra le aziende con i rapporti più forti e consolidati con il canale moderno che sicuramente ha portato alimento importante al loro fatturato. Un legame che difendono con forza assieme alle rispettive posizioni. Ci sono infatti tante cantine che non sono presenti oggi in Gdo che cercano di entrare, come rivela la pressione sui buyer delle maggiori insegne. Ma l’accesso è difficile. Gli scaffali sono pieni, le trattative complesse (si sa che la politica dei prezzi dei grandi marchi della Gdo sono sempre molto aggressive) e l’accoglienza non è scontata specie per chi fino a ieri considerava questo un canale di serie B.

Anna Di Martino

Vigneto italia, una missione

stappare la ripresa

L’emergenza sanitaria ha colpito duro, export in discesa (-4%) ma facciamo meglio degli altri. E intanto la Wine Week di Milano dimostra la grande reattività delle cantine, grandi e piccole

Corriere della Sera LEconomia 5 Ottobre 2020 imgLe preoccupazioni non mancano, l’export fatica, per la prima volta in 10 anni segna una flessione del 4% nel primo semestre, le prospettive sono incerte. «Anche il vino sta pagando dazio all’emergenza sanitaria. La riduzione del business negli scambi commerciali si aggira attorno al 12%, ma il prodotto made in Italy paga circa 3 volte meno della media mondiale, e questo, nonostante il dato sia il peggiore negli ultimi trent’anni, rende la perdita meno amara anche se restano le difficoltà», dice Giovanni Mantovani, direttore di Veronafiere. Ma le donne e gli uomini del vino non li ferma nessuno. Resilienza è la parola d’ordine che rimbalza nel Vigneto Italia. Le aziende agricole non hanno mai smesso di lavorare e, un attimo dopo la fine del lock down, la maggioranza delle cantine ha riaperto le porte per accogliere i visitatori con tutte le misure di sicurezza necessarie. Hanno moltiplicato gli spazi di incontro spostandosi all’aperto offrendo assieme al vino la bellezza del paesaggio. E la risposta è stata molto positiva. «Il vino è un elemento fondamentale della cultura italiana: non dobbiamo farci prendere dal pessimismo, piuttosto ci dobbiamo impegnareafare cose nuove — racconta Cristina Ziliani proprietaria con i suoi fratelli della Guido Berlucchi, maggiore azienda della Franciacorta—. (altro…)

Chi ha venduto di più in Gdo durante l’emergenza Covid-19 (mio articolo per “Civiltà del bere”)

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Nei primi quattro mesi dell’anno, a causa del lockdown per coronavirus, la Gdo ha moltiplicato le vendite del vino (+7,9% in volume e +6,9% in valore). A beneficiarne, oltre ai big del settore con i vini pop, anche le Cantine habitué dell’Horeca con bottiglie tra 4,50 e 10 euro.

Frescobaldi, Mionetto, Antinori, Zonin 1821, Donnafugata, Santa Margherita, Cecchi, Mezzacorona, Regaleali – Tasca d’Almerita, Tormaresca – Antinori. Ecco i brand che hanno fatto bingo negli scaffali della Grande distribuzione organizzata nell’area di maggiore qualità, quella delle bottiglie da 0,75 litri con un prezzo compreso tra 4,50 e 10 euro (Cantine con fatturato in Gdo da 400 mila euro in su).

Effetto lockdown sulla distribuzione

Tutto merito (si fa per dire) del lungo lockdown causato dell’emergenza Covid-19, quando il terribile stop del canale Horeca, quello più importante per il mercato del vino rappresentato da ristoranti, bar e catering, ha concentrato le vendite di vino esclusivamente attraverso i negozi alimentari, l’on line e soprattutto la Gdo. I dati elaborati dall’Iri parlano da soli. Se a fine 2019 il fatturato vino nella distribuzione moderna aveva registrato un incremento del +1,2% in volume e +1,8% in valore, nel periodo gennaio – 19 aprile 2020 le vendite si sono moltiplicate, crescendo del +7,9% in volume e del +6,9% in valore.

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Chianti, Maremma & Co. L’oro rosso vale più di un miliardo

 

1 Giovanni Manetti, presidente del Consorzio C hianti classico, il più antico d'Italia

Giovanni Manetti, presidente del Consorzio Chianti classico, il più antico d’Italia

FabrizioBindocci_Presidente_Consorzio Brunello Montalcino, l'area più pregiata della regione

Fabrizio Bindocci, Presidente, Consorzio Brunello Montalcino, l’area più pregiata della regione

Prendi un winelover americano, stappa un vino toscano e farai un uomo felice. Se poi nel bicchiere c’è un Brunello di Montalcino o un Supertuscan o un Chianti Classico sarà tuo amico per sempre. Proprio così. Come se non bastassero i tesori artistici, la storia millenaria, i paesaggi mozzafiato, a fare della Toscana una delle mete più sognate a livello planetario è l’eccellenza dei suoi vini. Un mosaico di produzioni (o di denominazioni per dirla con i vignaioli) che ha pochi confronti e appassiona i consumatori. Terra di grandi rossi, con il vitigno Sangiovese che la fa da padrone nelle sue varie declinazioni, la regione vanta etichette che fanno perdere la testa ai collezionisti di tutto il mondo, come il Sassicaia della Tenuta San Guido, il Masseto e l’Ornellaia della Marchesi Frescobaldi, il Solaia e il Tignanello della Marchesi Antinori. Ma non solo. La Toscana del vino piace anche e soprattutto perché dagli Appennini alle sue dolci colline orlate di cipressi  fino al mare Tirreno propone vini per tutte le tasche, non solo per intenditori, figli del loro territorio e quindi unici. Chianti (la denominazione più diffusa e popolare da non confondere con il Chianti classico noto anche come Gallo nero), Morellino di Scansano (il rosso che nasce a sud della regione, vicino al mare), Bolgheri (area in grande spolvero di etichette pregiate), Orcia (figlia della Val d’Orcia patrimonio Unesco, è tra le più giovani e intraprendenti denominazioni), Nobile di Montepulciano (questo rosso di razza è anche la prima docg italiana e ha appena deciso di aggiungere in etichetta «Toscana» per distinguersi dall’omonimo vino abruzzese ), Vernaccia di San Gimignano (il più importante bianco della regione) o ancora Maremma toscana che si estende tra il Monte Amiata e la costa maremmana fino all’Argentario e  conta tra i suoi vini anche il Vermentino, un bianco biricchino molto gettonato: sono solo alcune delle più note denominazioni che compongono la variegata tavolozza enologica  toscana. (altro…)

Le 21 aziende con fatturato over 100 milioni nel 2019

La soddisfazione  per un anno positivo da un lato, la preoccupazione per un mercato che improvvisamente ha cambiato faccia dall’altro:  le grandi cantine italiane hanno archiviato l’esercizio 2019 nel pieno lockdown per l’emergenza coronavirus.

«Abbiamo chiuso un bilancio molto positivo che resterà per anni un sogno, ma restiamo comunque ottimisti e siamo convinti che sapremo ottenere nuovamente questi risultati, con nuove regole del gioco e tanto impegno»», commenta Renzo Cotarella, ceo della Marchesi Antinori, prestigiosa griffe del made in Italy nel mondo.

«Abbiamo festeggiato un 2019 eccellente ma siamo consapevoli che sarà molto dura ripetere risultati di questo tipo. Teniamo comunque la barra dritta mantenendo le nostre strategie di sviluppo», sostiene Matteo Lunelli presidente dell’omonimo gruppo trentino che  appartiene alla sua famiglia ed è  reduce da annate record di sviluppo delle sue bollicine Ferrari e Bisol nel canale horeca (hotel, ristoranti, catering) ora completamente bloccato  dalla crisi pandemica.

Sentimenti condivisi all’interno dell’esclusivo club delle cantine con un giro d’affari superiore ai 100 milioni che, come ogni anno, anticipa la classifica delle maggiori aziende vitivinicole italiane,  in uscita nelle prossime settimane.

Il club degli over 100 comprende 21 aziende e rappresenta 3,8 miliardi di fatturato,  2,6 miliardi di esportazioni e 1,3 miliardi di bottiglie.

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Effetto coronavirus: mancano braccia straniere nei campi (mio articolo per “Civiltà del bere”)

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Da fine febbraio l’Organizzazione degli imprenditori agricoli aveva lanciato l’allarme per l’improvvisa mancanza di braccia straniere nelle campagne italiane. Ora il problema rischia di esplodere per tutti i comparti del settore agricolo, viticoltura inclusa.

«Abbiamo chiesto al governo di reintrodurre i voucher cartacei per poter reperire manodopera italiana, altrimenti c’è il serio rischio di perdere i raccolti». Ettore Prandini, presidente di Coldiretti, non usa giri di parole: «Il momento è critico e lo strumento dei voucher, snello, veloce e controllato, anche per un tempo limitato, potrebbe aiutare le imprese agricole in grande difficoltà per la fuga dei braccianti stranieri dai campi».

L’allarme da fine febbraio

La questione è molto seria. Già alla fine di febbraio, quando il ciclone Coronavirus non aveva ancora espresso tutta la sua violenza, l’Organizzazione degli imprenditori agricoli aveva lanciato l’allarme per il venire meno di braccia straniere dalle campagne italiane, a causa delle misure di cautela adottate da alcuni paesi europei, Romania, Polonia, Bulgaria in prima fila. In pratica tutti i lavoratori impegnati nelle regioni del nord Italia, in particolare in quelle colpite per prime dal virus come il Veneto e la Lombardia, rinunciavano a venire in Italia, perché erano costretti dai loro paesi di origine a sottostare a quarantene e altre restrizioni, ancora prima che queste misure divenissero obbligatorie nell’attuale drammatica pandemia.

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