La classifica 2018

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Signorvino corre e rilancia

Luca Pizzighella direttore SignorvinoCi sono manager (pochi, per la verità) che possiedono la preziosa capacità di coinvolgere i propri collaboratori, di valorizzarli, di fare «squadra». E’ l’asso nella manica di Luca Pizzighella, il brand manager e il direttore del progetto Signorvino, la prima e unica catena italiana di enoteche che marcia a spron battuto e continua a crescere con programmi di sviluppo ambiziosi. «Il progetto funziona grazie al lavoro di tutti», sottolinea Pizzighella «i nostri wine&food specialist Michele Marchesini e Paolo Parenti, il coordinatore della formazione Marco Ceschi, Matteo Canton responsabile degli chef, Enrico Giurdanella capo della comunicazione, Elena Mazzuoli, ufficio stampa». E’ la punta di diamante di un organico di 300 persone che opera per Signorvino: la fortunata formula fondata da «mister Calzedonia» Sandro Veronesi, con suo figlio Federico, che conta oggi 16 punti vendita in location iconiche (a Firenze una terrazza sull’Arno, a Torino in una ex chiesa ortodossa, per dirne due), e si prepara ad aprirne altri 10 entro il 2021, non solo in Italia. Da Milano a Verona, da Torino a Brescia, da Firenze a Merano, Signorvino è ora pronto a sbarcare a Roma (nella centralissima Piazza Barberini), a Bergamo (nel centro commerciale di Curno) e ancora a Parma, mentre è in corso la ricerca di altri indirizzi cool a Milano, per esempio in zona Navigli e in Corso Como. Giro d’affari di 35 milioni, tra vino e ristorazione, Signorvino offre e vuole raccontare a un pubblico, prevalentemente giovane, 1500 etichette di vini di tutto il vigneto Italia, con un approccio morbido e allegro, che non vuol dire banale, puntando molto sulle storie e sul territorio: «E’ la filosofia che stiamo adottando anche nel food, cercando i prodotti tipici del territorio, come abbiamo fatto nel vino»racconta il giovane manager. Le direttrici di questa dinamica «enocatena»? Fare stare bene «i nostri clienti», capirne a fondo desideri e tendenze anche attraverso l’Osservatorio Signorvino e la creazione della fidelity card (appena lanciata ha già 12mila iscritti), potenziare il food, diventare maestri nella proposta del vino giusto al momento giusto, dare un servizio a 360 gradi che comprende anche spedizioni in tutto il mondo: parola di Luca.

Consorzio delle Venezie, Pinot grigio Stile italiano

Albino Armani presidente Consorzio Doc delle VenezieAlbino Armani è un vignaiolo appassionatio, convinto che «il suo sia il più bel lavoro del mondo e che mettere le mani nella terra per farla diventare vino sia il più bel mestiere che potesse capitargli di fare nella vita». Ma è anche un uomo determinato, capace di mediare e di fare squadra: caratteristiche indispensabili, che usa sicuramente in dosi massicce, quando mette l’abito di presidente del Consorzio Doc delle Venezie. La neonata denominazione che governa, promuove e custodisce il Pinot grigio, stile italiano, ovvero il vino bianco fermo più conosciuto al mondo, e anche la denominazione che si aggiudica da sola l’85% dell’intera produzione nazionale e il 42% di quella mondiale. Tanta roba e grandi numeri: 26.400 ettari di vigneti, tra le maggiori estensioni europee di un’unica varietà, 10 mila produttori, 362 imbottigliatori, 90 vini.
Raccordare e mettere ordine in questo ben di Dio spalmato in tre differenti regioni, Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino; aumentarne la qualità; definirne lo stile per distinguerlo in maniera precisa dalle altre più piccole produzioni e governare il mercato per garantire valore e reddito costante a tutta la filiera: sono queste le direttrici che guidano il cammino del nuovo Consorzio che ha volutamente legato la sua immagine a un simbolo famoso a livello planetario come il ferro della gondola veneziana.
Il tutto, scandisce Armani, con ì’appoggio «degli altri 19 Consorzi di tutela che condividono con noi questo progetto”, definendo un metodo di lavoro «che si chiama condivisione», puntando «in modo maniacale sul controllo di qualità dell’intera filiera» e soprattutto cercando «di trovare un equilibrio tra domanda ed offerta , premessa decisiva per la creazione del valore”.

Conzorzio Doc delle VenezieEd è solo l’inizio. La Doc ha obiettivi ambiziosi, come ha rilevato il primo summit internazionale sul Pinot grigio, svoltosi in ottobre a Venezia su iniziativa del Consorzio e il contributo professionale di Civiltà del Bere, storica testata diretta da Alessandro Torcoli.
E d’altra parte i potenziali di sviluppo ci sono tutti e possono essere davvero importanti a patto di «cambiare linguaggio», sottolinea Armani, mantenendo fermo il controllo su una produzione da oltre 200 milioni di bottiglie in modo da governare il posizionamento sul mercato e la valorizzazione di questo vino-vitigno italiano dalle caratteristiche oggi più definite. Grazie anche alla costituzione della Triveneta Certificazioni e al lavoro di più di 50 commissioni d’assaggio.
Vino familiare su tante piazze nel mondo, anche per la sua indiscutibile facilità di abbinamento con il cibo, il Pinot grigio deve in particolare la sua affermazione ai suoi due mercati di riferimento, quello americano e quello inglese. Usa e Uk si aggiudicano da soli il 70% dell’export totale di Pinot grigio. Ma in un mercato così complesso e concorrenziale come quello attuale, ciò non basta per vivere sugli allori. «Abbiamo numeri straordinari, ma dobbiamo restare affamati e mantenere la grinta per raggiungere nuovi consumatori, rafforzando la filiera in un’ottica di vero distretto», ha sostenuto Ettore Nicoletto, ad del gruppo Santa Margherita che ha portato il Pinot grigio in Usa 50 anni fa, collocandosi fin dall’inizio al vertice della scala dei prezzi: oggi il marchio veneto distribuisce in America 7,5 milioni di bottiglie a un prezzo medio di 22 dollari.
L’inglese Emma Dawson Master of Wine e senior buyer Berkmann wine cellar ha parlato chiaro: “E’ necessario lavorare per non essere i più economici nella lista dei vini, perché basta ottenere anche un piccolo premium price per essere distintivi. Il Pinot grigio delle Venezie ha la possibilità di posizionarsi tra i Pinot grigio premium, con grandi potenzialità di crescita nel mercato purché sia in grado di raccontare una forte identità territoriale e una riconoscibilità organolettica.”
Stessa musica sul mercato statunitense: «Nonostante la forte pressione dei Pinot gris americani, il Pinot grigio italiano resta sempre un vino molto apprezzato dal consumatore medio. E’ però necessario lavorare sulla qualità, sull’identità territoriale e sul packaging per promuovere una nuova immagine della DOC delle Venezie presso sommelier e opionion leader», ha detto Christy Canterbury, Master of Wine e giornalista di New York, aggiungendo che a suo avviso c’è spazio di crescita nella fascia di prezzo tra 10 e 25 dollari.
Insomma Il Pinot grigio delle Venezie deve, fortissimamente deve, cambiare mentalità e quindi passo, con un grosso impegno promozionale e di informazione, allontanando da sé l’immagine di commodity che lo condanna ai margini dell’interesse di nuove fasce di consumatori, a cominciare dai giovani.
Del resto non si tratta di un vinello qualunque: «A dispetto dell’immagine di semplicità della varietà, il Pinot grigio è un vitigno molto difficile da coltivare, al di fuori del suo optimum climatico, e che richiede una cultura e una tradizione viticola che dovremmo valorizzare in termini di comunicazione come elemento di valore della Doc», ha sostenuto Alberto Marchisio, dg di Cantine Vitevis, tra i gruppi cooperativi più attivi nella denominazione, come anche Mezzacorona, Cavit, Vivo Cantine, Collis Veneto.

«I grandi marchi che operano all’interno del Pinot grigio devono investire in questa denominazione ed è anche necessario operare una forte differenziazione nel segmento Pinot grigio», ha detto Sandro Sartor, dg di Constellation brands Europe, Middle east, Africa e della Ruffino, il gruppo toscano che ha investito pesantemente nell’area delle Venezie.

E a proposito di grandi protagonisti e di grandi marchi, non c’è dubbio che tutti indifferentemente abbiano interesse a che la base della denominazione, appunto la neonata Doc delle Venezie, mantenga un suo standing rispettabile e riconoscibile, a protezione dell’intera grande famiglia del Pinot grigio.

Panzano: biodistretto del Chianti Classico

panzanoIMG_8841Tanto di cappello ai 22 produttori dell’Unione viticultori di Panzano in Chianti: sono stati i primi, più di 25 anni fa, ad avere avuto l’idea di unire le forze per fare vini di qualità, salvaguardando però al tempo stesso il proprio ambiente di vita e di lavoro.
E tanto impegno hanno messo che hanno fatto centro. Oggi questa associazione che ha preso le mosse in occasione della prima edizione di Vino al Vino (in onda ogni anno a settembre), è ormai una realtà consolidata, con più di 450 ettari di vigne allevate secondo le regole dell’agricoltura biologica: primo biodistretto vitivinicolo d’Italia e da quest’anno biodistretto del Chianti Classico.
L’edizione 2019 di Vino al Vino, la 25ma, ha regalato assaggi interessanti e in alcuni casi sorprendenti di vecchie annate (1999 e 2009) di 18 produttori, con Fontodi che è andato ancora più in là nel tempo, sfoderando un “giovane 1989”.
Ma soprattutto è stata l’occasione per cogliere quel fermo convincimento dell’Unione, oggi presieduta da Cosimo Gericke della Fattoria di Rignana, di proseguire con determinazione per quella strada condivisa nel segno della qualità e della sostenibilità. Il tutto l’orgoglio di essere stati gli apripista di quel processo di unione che ha coinvolto in seguito i produttori di Castelnuovo Berardenga, Radda in Chianti e Gaiole in Chianti.
Non se la prendano i tanti bravi produttori di Chianti Classico: ma non c’è dubbio che al momento Panzano in Chianti è il fiore all’occhiello della sua denominazione.

Bolgheri: una Doc al galoppo

Bolgheri_2019-81874«Senza i lavoratori extracomunitari, e in particolare senza le comunità di senegalesi e marocchini, non potremmo andare avanti e non ci sarebbe la meraviglia che voi potete vedere qui intorno»: parola di Federico Zileri Dal Verme, presidente del Consorzio per la tutela dei vini Doc Bolgheri. L’imprenditore bolgherese, anche proprietario dell’azienda agricola Castello Bolgheri, ha chiuso così, al Teatro Roma di Castagneto Carducci, il racconto dei primi 25 anni di vita della celebre Doc, tratteggiato dall’esperienza diretta e dalle emozioni di importanti protagonisti-produttori, vecchi e nuovi. La magnifica sottolineatura di Zileri moltiplica il valore di un territorio che nutre vini cult del panorama vitivinicolo nazionale e internazionale, a cominciare dal tris d’assi Sassicaia, Masseto, Ornellaia; che si è imposto alla velocità del suono come zona eletta di produzione di grandi vini; che esprime un’alta qualità diffusa e crescente declinata da etichette amate da critica e consumatori, come Guado al Tasso, Paleo, Messorio, Grattamacco, Sondraia, Argentiera.
Vini-&-Cipressi-1193Un territorio che rappresenta un vero e proprio «miracolo italiano: perché è difficile trovare un altro posto dove nell’arco di una generazione si è saputa creare una denominazione conosciuta in tutto il mondo », sottolinea Albiera Antinori, presidente della storica casata toscana che a Bolgheri possiede la Tenuta Guado al Tasso, uno dei gioielli della Marchesi Antinori, quello cui la famiglia è più legata, perché sono qui terra e mare delle vacanze familiari.
E’ un fatto che questo angolo della Toscana, nell’area di Castagneto Carducci, tra le colline e il mare, dolce e selvaggio al tempo stesso, possieda doti speciali. Ma nulla della Bolgheri di oggi era prevedibile quando, nel 1972, il Sassicaia da vino per la famiglia decise di aprirsi al mercato. Il successo è arrivato presto e non solo in Italia, attirando l’attenzione di quel pugno di pionieri che ha posto le basi del futuro sviluppo di questa terra: dai fratelli Antinori (Lodovico con Ornellaia e Piero con Guado al Tasso) a Piermario Meletti Cavallari (Podere Grattamacco), da Michele Satta a Eugenio Campolmi e Cinzia Merli (Le Macchiole). Insomma se Bolgheri è quel che è, si deve all’intuizione di Mario Incisa della Rocchetta, un piemontese appassionato di vini francesi, e “molto cocciuto”, come ha ricordato la nipote Priscilla Incisa della Rocchetta, brand ambassador del Sassicaia nel mondo. Arrivato a Bolgheri, a seguito delle nozze con la contessa Clarice della Gherardesca (la famiglia dei conti signori del territorio dal X secolo) Incisa della Rocchetta ha di fatto creato un mito.


Ma questa, ormai, è storia. Da quei gloriosi anni Ottanta, che tennero a battesimo anche il primo disciplinare di tutela dei vini Bolgheri ( nel quale però si erano dimenticati dei vini rossi!) è scaturito un interesse crescente per il territorio, con la revisione della Doc per comprendere i vini rossi, il blend Cabernet e Merlot e istituire la sottozona Bolgheri Sassicaia all’interno della Tenuta San Guido (diventata in seguito Doc indipendente), la creazione del Consorzio di Tutela fondato da 7 soci e presieduto da Nicolò Incisa della Rocchetta, l’arrivo massiccio di nuovi investitori, soprattutto dalla fine degli anni Novanta.
“Il gusto internazionale si è formato su questi vini. Qui c’è qualità totale, qui può nascere una seconda Napa Valley”, sostiene Giovanni Geddes che coccola e cura la tenuta Ornellaia, gemma preziosa del bolgherese e del gruppo Frescobaldi.
D’altra parte, se è indiscutibile il merito dei pionieri, la passione e l’impegno di chi è arrivato in seconda battuta, dal marchigiano Giovanni Chiappini, al veneto gruppo Allegrini (Poggio al Tesoro) la dicono lunga sulla spinta e il sostegno che questa terra riceve dai suoi produttori. I quali sono ricambiati da un disciplinare di produzione che concede grande libertà operativa, come dimostra anche l’inclusione nella Doc dei vini prodotti da una sola delle tre uve principali della denominazione: Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Merlot. «E’ un disciplinare che lascia grandi spazi e noi ne abbiamo sicuramente beneficiato», dice Antonio Capaldo alla guida della campana Feudi di San Gregorio, sbarcato a Bolgheri pochi anni fa acquistando Campo alle Comete «con l’obiettivo di avere una maggiore capacità di penetrazione all’estero».
«Penso che oggi sarebbe utile un rapporto pubblico-privato per mantenere l’integrità del territorio», afferma Marilisa Allegrini, anche sostenitrice della creazione di una scuola di formazione dedicata ai giovani.
Va da sé che alla fine di questa galoppata attraverso l’iconico Viale dei Cipressi di Carducciana memoria, i 7 soci fondatori del consorzio sono diventati 56, gli ettari coltivati sono passati da 190 a 1.370, il numero di etichette si è moltiplicato e le vendite crescono: la Doc Bolgheri è oggi l’unica in Toscana a registrare un incremento a due cifre.

Focus sulle COOP

In attesa del magnifico Rapporto Cooperative che il Corriere Vinicolo prepara ogni anno utilizzando i dati della classifica, ecco un piccolo antipasto del lavoro svolto dalle 43 cooperative presenti nella graduatoria 2018 delle maggiori cantine italiane.

Complessivamente l’esercito cooperativo ha realizzato nell’ultimo esercizio 2,9 miliardi di fatturato, ha operato su 132mila ettari di vigneti, ha prodotto più di un miliardo di bottiglie e ha dato lavoro 4.698 dipendenti.

Il fatturato delle sole coop incide per il 43,8% sui 6,6 miliardi incassati dalle 105 cantine della graduatoria. L’incremento sull’anno precedente è stato del 7,6%, quindi migliore di quello conseguito dall’intero campione (+6,29%). La crescita del fatturato estero è stato del 3,33%, inferiore a quella del campione (+4,66%), mentre il lavoro sul mercato italiano si è sviluppato dell’11,92%, oltre 3 punti in più rispetto al campione (+8,61%). Morale: la cooperazione è molto più forte delle aziende private sul mercato interno, mentre resta ancora indietro in fatto di esportazioni.

Ancora una volta la regione più rappresentata in classifica è il Veneto con 11 coop per un fatturato di 1,1 miliardi. Segue l’Emilia Romagna con 6 cantine e un fatturato di 660 milioni, seguita da Trentino e Alto Adige con 5 aziende ciascuno per un fatturato pari rispettivamente a 482 milioni e 93 milioni. Le uniche regioni che non hanno cooperative in classifica sono Campania, Lombardia, Umbria.

Passando ai dati, resta inattaccata la supremazia delle coop al vertice del mercato italiano, come ampiamente raccontato in sede di classifica. Per i più distratti si ricorda che ben 9 coop si piazzano nel gruppo dei 21 big che vantano più di 100 milioni di fatturato e guidano la classifica delle maggiori 105 cantine italiane. Dalla corazzata Cantine Riunite a Caviro, da Cavit a Mezzacorona, da Cantina di Soave a La Marca vini e spumanti, da Terre Cevico a Collis Veneto wine group e infine a Vivo Cantine, entrata proprio quest’anno nell’area big.

Al di là delle dimensioni, sono interessanti altri aspetti.  Scorrendo i dati, si nota per esempio che le coop che possono contare sulla maggiore estensioni di vigneti di proprietà dei soci sono in Emilia Romagna il Gruppo Caviro, numero uno con ben 36.624 ettari, seguito a grande distanza dalla veneta La Marca vini e spumanti (13mila ettari), dalla siciliana Colomba bianca (7 mila ettari) e dal romagnolo Terre Cevico (6.980 ettari).

Quanto alla produzione di bottiglie è l’Emilia Romagna a dettare legge. Sul podio con i 244,2 milioni c’è Caviro, in compagnia delle Cantine Riunite (217,8 milioni di bottiglie cui vanno aggiunti gli 85,6 milioni del Giv) e di Terre Cevico con 80,4 milioni.

Uno sguardo infine all’export: le coop più export oriented sono al primo posto Mezzacorona con una quota export sul fatturato dell’84%, seguita da La Marca con l’81,7%,  Cavit con più del 78%, Araldica Castelvero (70,83%). Quest’ultima opera all’estero anche attraverso il suo braccio commerciale Adria Vini (98,5%). Vantano un export superiore al 50% del fatturato La Vis, Valpolicella Negrar, Terre Cortesi Moncaro.


Qualsiasi riproduzione dei dati deve essere autorizzata.
Azienda Vitivinicola
Regione
Fatturato tot
(in milioni)
Fatturato tot.
Var.%
Italia
(in milioni)
Italia
var.%
Export
(in milioni)
Export
Var.%
Investimenti
(in migliaia)
N° Bottiglie
(in milioni)
Ettari vitati
Dipendenti
n.
1
Cantine Riunite & Civ
E. Romagna615,33,54206,533,56408,866,4416.177217,85.5601.134
di cui: Gruppo Italiano Vini
Veneto388,00,7898,325,34289,774,6613.83285,61.340829
2
Gruppo Caviro
E. Romagna235,86,80168,271,3267,628,6815.840244,236.624372
3
Cavit
Trentino190,54,3641,621,83148,978,172.972--5.700236
4
Gruppo Mezzacorona
Trentino188,21,8830,116,00158,184,003.61549,33.500479
5
Cantina di Soave
Veneto141,019,4993,065,9648,034,0432.40037,05.800182
6
La Marca Vini e Spumanti
Veneto140,26,7325,518,21114,781,793.00047,013.00089
7
Terre Cevico
E. Romagna131,216,3489,368,0541,931,956.85880,46.980276
8
Collis Veneto Wine Group
Veneto119,03,4888,874,6230,225,384.39019,26.100208
9
Gruppo Vi.V.O. Cantine
Veneto101,919,8152,351,3149,648,693.15830,64.699115
10
Vignaioli Veneto Friulani
Friuli VG79,015,3379,0100,000,00,003.030--4.00017
11
La Vis
Trentino71,87,8629,841,5042,058,5080029,0763133
12
Cantina Viticoltori Ponte
Veneto71,014,5248,868,7322,231,274.32116,02.50071
13
Cantine Settesoli
Sicilia54,89,4729,654,0425,245,962.78524,85.027170
14
Viticoltori Friulani La Delizia
Friuli VG49,61,6428,357,0821,342,922.26524,52.11981
15
Cantina Produttori Valdobbiadene
Veneto49,65,4338,878,2010,821,801.75613,695057
16
Araldica Castelvero
Piemonte44,05,9512,829,1731,270,831.51513,792593
17
Colomba Bianca
Sicilia43,135,3636,684,936,515,074.4601,87.00026
18
Cantina Tollo
Abruzzo41,77,4034,382,257,417,751.29511,5--63
19
Citra Vini
Abruzzo39,312,4119,850,4819,549,5280026,0--54
20
Cantina di Rauscedo
Friuli VG38,648,7337,597,151,12,855.3771,11.70031
21
Cantine Vitevis
Veneto37,71,2625,567,6112,232,391.2007,22.20053
22
Cantina Montelliana e dei Colli Asolani
Veneto35,116,3716,145,9619,054,0498015,0--39
23
Cantine Due Palme
Puglia34,819,5721,762,3213,137,68--15,02.400130
24
Cantina Valpolicella Negrar
Veneto33,1-9,7913,941,9619,258,041.1048,273037
25
Cantina di Carpi e Sorbara
E. Romagna28,319,6624,887,633,512,372.0703,01.96336
26
Terre Cortesi Moncaro
Marche24,45,6311,848,3612,651,644511,01.35054
27
Cantina Caldaro
Alto Adige21,6-5,2216,475,895,224,1110.4243,345058
28
Cant. Prod. San Michele Appiano
Alto Adige21,52,3817,079,074,520,935253,338040
29
Le Chiantigiane
Toscana20,00,0017,788,502,311,5020311,0--42
30
Cantina di Bolzano
Alto Adige19,64,1416,081,643,618,3620.2023,633634
31
Cantina Sociale di San Martino in Rio
E. Romagna19,05,5618,094,741,05,261.0000,21.29519
32
Cantina Sociale ValTidone
E. Romagna18,79,6518,799,950,00,055976,71.00431
33
Terre del Barolo
Piemonte18,2-0,3412,468,155,831,852.1753,060038
34
Cantina Vecchia Torre
Puglia18,021,8511,161,716,938,296833,31.30016
35
Adria Vini
Piemonte17,9-7,220,31,4917,798,51--10,5--0
36
Vivallis
Trentino17,911,7917,9100,000,00,0012.7690,288316
37
Gotto d'Oro
Lazio17,19,6216,395,320,84,681.2006,91.30029
38
Cantina Colterenzio
Alto Adige15,35,3710,971,244,428,762802,630037
39
Cantina Tramin
Alto Adige14,61,9511,578,443,221,561861,827127
40
Cantina Toblino
Trentino14,0-6,4414,0100,000,00,001400,480518
41
Cantina Castelnuovo del Garda
Veneto12,4-1,987,661,294,838,71--4,077525
42
Cantina Santadi
Sardegna10,65,357,570,563,129,449081,552032
Totali 2018
2.9157,631.51852,051.39847,95173.5051.009131.8094.698

Numeri e statistiche ma non solo.

L’ impressione è che molte tra le cooperative stiano dando prova di dinamismo e capacità progettuale come mai prima, realizzando progetti impensabili in passato: basti pensare all’accordo raggiunto due anni fa tra i due gruppi rivalissimi sul loro territorio, Caviro e Terre Cevico,  nell’ambito del progetto Bolè (la creazione di bollicine romagnole dal vitigno Trebbiano).

Giorgio Mercuri , presidente Alleanza coop agroalimentari

Giorgio Mercuri

Ruenza Santandrea

Ruenza Santandrea

Ciò si deve anche a una classe dirigente più moderna e capace (non ovunque purtroppo) e agli stimoli che arrivano dal vertice degli organismi di settore: dall’impegno di Giorgio Mercuri, presidente dell’Alleanza delle cooperative agroalimentari a Ruenza Santandrea, coordinatrice del settore vitivinicolo dell’Alleanza, per citare due delle persone che più si battono  per far valere l’importante ruolo economico che la cooperazione riveste all’interno del comparto vitivinicolo nazionale. Trovando grande sostegno e partecipazione attiva in Maurizio Gardini e Fabiola Di Loreto presidente e dg di Confcooperative. Insomma è un’orchestra che suona all’unisono e che sicuramente ispira la nuova capacità delle coop più in gamba di incontrare e di farsi conoscere al grande pubblico, come è avvenuto a Milano in occasione delle prime due edizioni di Vivite, il festival del vino cooperativo, organizzato dall’Alleanza delle cooperative agroalimentari, che ha  registrato un successo di presenze, con tanti giovani, al di sopra delle migliori previsioni.

Dario Cecchini lancia Panzano Arte

Dario Cecchini e Nathalie Decoster

Dario Cecchini e Nathalie Decoster

Tutta colpa di quel vulcano di Dario Cecchini. «Il macellaio poeta più famoso del mondo» è il padrino di Panzano Arte, una nuova bella iniziativa che porta nel Chianti, in uno dei comuni top del Chianti classico, l’arte contemporanea di artisti internazionali. La prima a rompere il ghiaccio è l’artista francese Nathalie Decoster: prorompente, simpatica, grande sorriso e capacità di trasmettere emozioni. E soprattutto entusiasta di essere stata coinvolta in questo progetto che si nutre della bellezza del paesaggio toscano offrendo all’artista spunti e ispirazioni speciali. Protagoniste della prima edizione di Panzano Arte, dal 22 giugno al 18 settembre le opere di Decoster, 29 sculture in bronzo e acciaio in diversi formati, saranno a disposizione di chi ama l’arte in un percorso artistico che dalla Piazza di Panzano tocca anche quattro cantine Fontodi , La Massa, Tenuta Casenuove e Renzo Marinai. Il tutto sotto la regia di Mila Sturn, curatrice della manifestazione che avrà cadenza biennale.

 

BUYFOOD TOSCANA prima edizione

Marco Remaschi, assessore all’agricoltura della regione Toscana è uomo molto concreto: «L’importante è che i tanti contatti si trasformino in contratti», ha detto in occasione della prima edizione di BuyFood Toscana, venerdì 7 giugno a Siena, mentre 50 aziende produttrici di eccellenze agroalimentari Dop, Igp e Agriqualità della Regione si incontravano con i 50 buyer da tutto il mondo in una sala attrezzata ad hoc nello splendido complesso di Santa Maria della Scala a Siena, esclusiva sede della manifestazione. Tempo al tempo si potranno tirare le prime somme.

Gennaro Giliberti

Gennaro Giliberti

Ma una cosa è certa fin d’ora: BuyFood Toscana, ovvero la grande vetrina internazionale dei prodotti toscani Dop, Igp e Agriqualità, è un’idea che ha tutte le caratteristiche per fare centro. Per varie ragioni. A cominciare dalla capacità progettuale del suo ideatore Gennaro Giliberti, responsabile del settore agricoltura e delle attività promozionali della Regione. Giliberti ha lanciato la sfida: così come il vino anche le eccellenze agroalimentari hanno diritto a un loro palcoscenico. I prodotti toscani di qualità si devono raccontare al mondo, si devono far conoscere, devono emozionare, devono sapere esprimere il loro valore e la loro complessità (che giustificano un prezzo più alto), devono tirare fuori le tante potenzialità ancora inespresse, devono attrezzarsi per aprire le loro aziende al consumatore, come hanno già fatto con successo le cantine toscane.

C’è questa determinazione dietro la prima edizione di BuyFood Toscana.

L’iniziativa poggia su fondamentali di rilievo. La Toscana vanta ben 16 Dop e 15 Igp e condivide con il Veneto il primo posto in Italia per numero di riconoscimenti dall’Unione Europea. Se poi si contano anche le 58 Dop e Igp dei vini non ce n’è per nessuno e la Regione sale su podio più alto dello stivale. Dal Pecorino Toscano all’olio extravergine di oliva Chianti Classico, dai cantucci al pane, dalla castagna del Monte Amiata al Farro della Garfagnana, dalla cinta senese al vitellone bianco dell’Appennino Centrale: solo alcuni dei 31 prodotti Dop o Igp,    protetti dai rispettivi Consorzi e Associazioni di tutela, di cui la Toscana può andare fiera. Tutti insieme valgono 111 milioni di euro che potrebbero salire fino a 130 stimando anche il settore panetteria e pasticceria. I dati

elaborati dall’Ismea per BuyFood Toscana 2019 rivelano anche che la provincia più importante in termini di valore prodotto è Grosseto con 35 milioni di euro, seguita da Siena con 24 milioni, e Arezzo con 18 milioni. Quante di queste eccellenze varcano il confine? La stima dell’export è di 50 milioni assorbiti principalmente da Usa, Germania, Uk, Canada e Giappone. Interessante un dato: nel loro insieme i 31 prodotti superstar hanno registrato nell’ultimo esercizio un incremento di valore dell’8%.

Insomma quello dei prodotti Dop Igp e Agriqualità rappresenta un pezzo importante di quel patrimonio agroalimentare toscano capace di generare un valore aggiunto di 3,5 miliardi di euro, pari al 6% del totale nazionale. Questa industria sotto il cielo impiega 74mila addetti che rappresentano il 4,4% del totale occupati della regione. Di questi 13.390 operano nella filiera dei prodotti certificati.

Organizzata dalla regione Toscana in collaborazione con PromoFirenze, braccio specializzato della Camera di Commercio fiorentina, BuyFood Toscana 2019 si è svolta con la preziosa collaborazione del Comune di Siena e e della Fondazione Qualivita.

 

 

PIU BOLLICINE NEL CLUB DEI 100 MILIONI

Due new entry nella classifica delle cantine dai fatturati maggiori, la Lunelli del Ferrari e la Vi.Vo del Prosecco. Villa Sandi di Polegato scalda i muscoli

Avanti un’altra. Anzi due: in chiusura del bilancio 2018, l’esclusivo club delle cantine con un giro d’affari superiore ai 100 milioni passa da 19 a 21 soci. Fanno il loro ingresso nel gruppo dei superbig due realtà molto diverse tra loro. La prima è la Vi.Vo cantine di Salgareda (Treviso), cooperativa di primo livello, con 2 mila soci, che opera nel Veneto orientale ed è tra i maggiori produttori di Prosecco e Pinot grigio. Presieduta da Corrado Giacomini e diretta dall’enologo Franco Passador, ha un consolidato di 101,9 milioni che comprende la controllata Casa vinicola Bosco Malera (braccio operativo per l’imbottigliamento dei suoi vini) e ha registrato un incremento del 19,79%, il più elevato tra le 21 aziende al vertice.

Debutto Matteo Lunelli, presidente e ceo del gruppo omonimo

Debutto
Matteo Lunelli, presidente e ceo del gruppo omonimo

Seconda new entry, con un fatturato di 101,1 milioni, è il gruppo Lunelli: realtà privata tra le più importanti del settore, mamma delle bollicine Ferrari, ma non solo. Il presidente e ceo Matteo Lunelli, con i cugini Marcello, Camilla e Alessandro, sono la terza generazione alla guida di un gruppo diversificato che raccoglie il marchio Bisol, griffe al top del Prosecco superiore, le Tenute Lunelli (produzione di vini fermi in Trentino, Toscana e Umbria), la grappa Segnana, l’acqua Surgiva e la Locanda Margon, tutte aziende controllate dalla capogruppo Lunelli, che rientrano nel consolidato.

In occasione della 53ma edizione del Vinitaly, ecco nella tabella in questa pagina la consueta anticipazione di alcuni dati dei big dell’esclusiva classifica delle maggiori cantine italiane che sarà pubblicata nelle prossime settimane. Il club degli over 100 rappresenta 3,7 miliardi di fatturato, 2,4 miliardi di export e 1,3 miliardi di bottiglie.

Le cooperative

In vetta Corrado Casoli, presidente di Cantine Riunite

In vetta
Corrado Casoli, presidente di Cantine Riunite

A capotavola c’è l’emiliana cooperativa Cantine Riunite con un consolidato di 615 milioni alimentato per più della metà dal controllato Giv, di gran lunga il maggiore singolo operatore del mercato. Al secondo posto c’è la romagnola Caviro, con un fatturato nella sola area vino di 235,8 milioni e il 10% della produzione nazionale di uva.

Il mondo coop si aggiudica ben nove posti alla tavolata degli over 100, uno in più dello scorso anno, a dimostrazione di un impegno crescente capace di fare alleanze, più dei privati. Fa testo l’iniziativa della romagnola Terre Cevico (14ma con 131,2 milioni) che si è spinta fino in Veneto per acquistare la cantina Montresor trovando anche due compagne di cordata: la coop Valpantena e la coop Vitevis . «Dimostrazione pratica di come una coop sia in grado di valorizzare un marchio privato nel pieno rispetto del legame territoriale dell’azienda», sottolinea Marco Nannetti, presidente di Terre Cevico, protagonista anche dell’accordo con il consorzio concorrente Caviro per la creazione di uno spumante romagnolo da uve Trebbiano (progetto Bolé).

Si va poi a Nordest con altri due big della cooperazione, le trentine Cavit e Mezzacorona che ogni anno giocano a scambiarsi di posto: questa volta Cavit sale al settimo posto con 190,5 milioni (forte progresso dell’area spumanti) e Mezzacorona scende all’ottavo con 188,2 milioni. Un tris veneto completa la rappresentanza della cooperazione al vertice: la Cantina di Soave (incremento oltre il 19%), La Marca vini e Spumanti e Collis Veneto wine group.

In testa sempre l’Emilia Romagna: Cantine Riunite con ricavi a 615 milioni e Caviro. Le coop si rafforzano. I 21 big fatturano 3,7 miliardi

Con 12 posti contro nove, i privati fin qui tengono banco. A condividere il podio con le coop c’è la Fratelli Martini: negli ultimi tre anni l’azienda piemontese che realizza all’estero il 90% del suo fatturato ha marciato fino a conquistare il terzo posto, con una crescita vicina al 15%. Al quarto posto Marchesi Antinori, vanto del vigneto Italia nel mondo: il suo fatturato nella sola area vino è di 213,6 milioni, ma il consolidato sale a 235 milioni consderando anche la Biserno (in società con Ludovico Antinori) e la ristorazione. L’acquisto, lo scorso anno, della Tenuta Farneta di Sinalunga nell’Aretino porta a 1.800 ettari i vigneti di proprietà nella sola Toscana (su un totale di 2.834 ettari) a conferma della politica della famiglia Antinori di arrivare alla completa indipendenza nel fabbisogno di uva al servizio dei suoi vini.

Con 202 milioni di fatturato è la volta della Zonin 1821. Nel gruppo veneto di Domenico, Francesco e Michele Zonin è entrata, con il 36%, la 21 Investimenti di Alessandro Benetton: l’operazione più significativa del mercato 2018. Scavalca due posti e si piazza al sesto posto la Casa vinicola Botter Carlo: una macchina da guerra che opera essenzialmente all’estero. Si consolidano al nono posto Enoitalia della famiglia Pizzolo e al decimo il Gruppo Santa Margherita dei fratelli Gaetano, Luca, Stefano e Nicolò Marzotto che chiude l’anno con ulteriori investimenti e una crescita importante della proprietà viticola. A quota 11 l’Italian wine brands quotata all’Aim e a quota 15 la Marchesi Frescobaldi, altra griffe del made in Italy che guadagna posti e archivia un anno con un incremento a due cifre (13,81%) tra i più brillanti del club, grazie in particolare all’export. Cresce anche Ruffino, braccio italiano della Constellation Brands guidata da Sandro Sartor che scavalca il Mondodelvino Group di Alfeo Martini. A quota 19 la Schenk, satellite italiano dell’omonimo gruppo svizzero: la flessione del fatturato è conseguenza di un cambio di strategia commerciale (marchi propri a più alto valore aggiunto.

In tre anni cinque aziende sono entrate nel club. E altre stanno scaldando i motori: come la Villa Sandi (ricavi a 93,5 milioni) di Giancarlo Moretti Polegato. Ha appena comprato Borgo Conventi, azienda storica del Collio: 30 ettari di vigneti e 300 mila bottiglie prodotte, tra bianchi e rossi friulani.

Le 21 aziende con più di 100 milioni di fatturato

Le 21 aziende con più di 100 milioni di fatturato

Lambrusco, Chianti, Chardonnay: i re dello scaffale

Il fatturato nella grande distribuzione è cresciuto del 3,5%

Meno volumi, più qualità: è la fotografia delle vendite di vino confezionato nella grande distribuzione organizzata, il canale attraverso il quale passa il 75% dei consumi in Italia. L’Istituto di ricerca Iri che ogni anno realizza per conto di Vinitaly un focus dettagliato su questo canale, rivela che nei primi due mesi di quest’anno gli acquisti di vino hanno ricominciato a crescere: più 5,3% le bottiglie da 0,75 litri che rappresentano il vino di maggiore qualità, più 1,7% il volume di tutto il vino confezionato. Sarà vera ripresa? Oppure, come è accaduto nel 2018, il piccolo rimbalzo iniziale si traduce in una flessione a fine anno?
Il mercato incrocia le dita, dopo un esercizio che si è chiuso con 619,4 milioni di litri venduti per un controvalore di 1,9 miliardi, pari a un incremento degli incassi del 2,9% e a un decremento dei volumi del 4,4% (che sarebbe stato anche più sostanzioso senza il contributo dei vini spumanti, in progresso costante).

Che cosa si compra? Lambrusco e Chianti prima di tutto, ma crescono tra i vini rossi il Montepulciano d’Abruzzo e il Primitivo, mentre tra i bianchi, dopo il gettonato Chardonnay, segnano tassi di incremento elevati il Lugana del Lombardo Veneto, la Passerina marchigiana, la Ribolla friulana. Più in generale gli acquisti si orientano sui vini spumanti, bio, doc, a marchio del distributore. Questi ultimi stanno conquistando spazio sugli scaffali e già rappresentano circa il 10% di mercato in valore.

La top ten della GDOChi sono i top ten della grande distribuzione? Anche quest’anno ecco una stima delle quote di mercato dei maggiori operatori, ricavata osservando il lavoro delle aziende comprese nella classifica delle maggiori imprese del mercato vitivinicolo italiano (in uscita le prossime settimane) e anche le etichette più familiari al grande pubblico esposte negli scaffali dei più grandi supermercati.

Come si può vedere si va da una fetta di mercato del 7% appannaggio della Caviro (marchi Tavernello e Botte buona) al 4% del Gruppo italiano vini e al 3% delle Riunite. In pratica le due corazzate cooperative al vertice del mercato, le Riunite (con il controllato Giv) e la Caviro controllano una fetta di mercato di uguale peso. Al di sotto del podio le quote vanno dal 2,5% del Consorzio Terre Cevico all’1,2% della Duca di Salaparuta.

Ma cosa si scopre se si puntano i riflettori sulle bottiglie da 0,75 litri, quelle con i vini di maggior valore che rappresentano da soli un terzo delle vendite? Indagando tra gli addetti ai lavori, emerge che su questo tavolo la top ten nella grande distribuzione organizzato cambia, con il Giv che sale al primo posto seguito da Riunite e Cavit.

Subito sotto il podio c’è Cielo e Terra, mentre Caviro si colloca al quinto posto, seguita da Cecchi, Duca di Salaparuta, Mezzacorona, Marchesi Antinori e Le Chiantigiane.

GDO 2018 ClassificaIn particolare si fanno notare le performance di alcuni marchi come Cavit, in netta crescita sia in volumi che in valore, Marchesi Antinori che opera con il prezzo medio più elevato o ancora Cecchi, che duplica la performance dello scorso anno, risultando la prima azienda toscana nella grande distribuzione (è sua l’etichetta di Chianti più venduta) ma anche una delle poche capaci di spuntare i prezzi medi più elevati: chiaro indice di una buona percezione dei prodotti da parte dei consumatori. Questo plus accomuna le 12 cantine capaci di vendere a prezzi superiori alla media. Chi sono? Da Marchesi Antinori a Santa Margherita, da Frescobaldi a Marchesi di Barolo, da Banfi ad Argiolas, da Cavit a Donnafugata, da Regaleali Tasca d’Almerita a Mionetto, da Mezzacorona a Cecchi.

Cantine private e cooperative: tutte le mosse degli ultimi mesi

Come molti sanno, questo sito è in  primo luogo la casa della classifica annuale delle maggiori aziende vitivinicole del mercato nazionale. Un lavoro unico nel suo genere (è in corso la preparazione della graduatoria 2018) che è anche ospitato nelle pagine de L’Economia del Corriere della sera, in versione ovviamente più ridotta.  Ma non solo.
Nel sito c’è anche la storia di 50 anni del vino italiano, scritta per il volume che Vinitaly ha realizzato per celebrare il suo primo mezzo secolo di vita. E oggi, dopo un lungo periodo di silenzio, riapre il BLOG: per raccontare le più importanti vicende dell’industria nazionale del vino, anche attraverso il punto di vista di colleghi che stimo, e per seguire più da vicino i protagonisti di questa speciale graduatoria, non solo attraverso i numeri.

Acquisizioni, joint venture, apertura del capitale a fondi di private equity, ricorso a strumenti di finanza alternativa, accordi commerciali in casa e all’estero: c’è gran fermento nel mercato vitivinicolo italiano.
In attesa delle prime mosse del 2019, ecco le più importanti dell’ultimo anno.
Il colpo più grosso del 2018 è stato senza dubbio l’ingresso della 21 Invest di Alessandro Benetton nella Zonin 1821, con una spesa di 65 milioni per una quota del 36% del capitale. L’operazione, che passa attraverso un aumento di capitale riservato, riguarda un’ azienda vitivinicola privata, con un giro d’affari superiore ai 200 milioni. E dà vita a una inedita struttura societaria, in cui i tre fratelli Zonin, Domenico, Francesco e Michele, conservano la proprietà e la gestione del gruppo (affiancati dall’ad Massimo Tuzzi), con il contributo decisivo di un azionista di minoranza finanziario, non operativo, che ne riallinea l’assetto patrimoniale, porta know how  e ne sostiene lo sviluppo sulla base di un piano industriale che punta a una crescita del 50% del fatturato in 5 anni e all’approdo in Borsa. Entro l’anno saranno noti i dettagli di questa importante alleanza tra le due famiglie venete anche legate da rapporti di amicizia. E soprattutto si vedrà quale sarà il nuovo passo Zonin nel 2019, senza più la palla al piede dell’indebitamento.
Di certo la durezza del mercato del vino richiede spalle grosse, organizzazione, adeguato sbocco all’estero, massa critica per affrontare gli alti costi di distribuzione. Da qui le tante iniziative concluse nel corso dell’anno, di stampo anche molto diverso l’una dall’altra, di cui sono state protagoniste cantine di tutte le dimensioni, note e meno note.
«L’approccio è differenziato: per le aziende maggiori il punto di arrivo è l’innesto di tipo finanziario finalizzato al sostegno dello sviluppo, alla ricerca di nuovi mercati, alla creazione di un’impresa a trazione internazionale», dice Lorenzo Tersi, fondatore della LT wine & food advisory, tra i maggiori esperti del ramo. E’ il caso Zonin, ma anche della Casa vinicola Botter Carlo, azienda commerciale dai grandi numeri di Fossalta di Piave (all’ottavo posto della classifica 2017 delle maggiori cantine del mercato italiano con 179 milioni di fatturato) che ha ceduto il 22,5% del suo capitale alla Idea Taste of Italy del gruppo De Agostini, operazione funzionale con il progetto di sviluppo e di quotazione a medio termine di Annalisa, Alessandro e Luca Botter, terza generazione della famiglia che da 90 anni guida l’azienda.
L’arrivo nel 2019 di un partner finanziario segnerà l’avvio del polo del gusto che la famiglia Illy ha deciso di affiancare al core business caffè. Oltre al cioccolato Domori, al tè Dammann Freres e alle confetture Agrimontana, il pezzo forte del nascente polo è la cantina Mastrojanni a Montalcino, una delle firme più note del Brunello. Del resto la famiglia triestina sta dedicando impegno ed energie particolari proprio al vino e, al di là dei forti investimenti in Toscana,  Riccardo Illy è pronto a nuove acquisizioni in territori vocati come il Barolo.

Acquisti e vendite

Quando l’impresa è più piccola le strade possono essere diverse a partire dalla più classica: «Il business del vino è interessante ma molto complesso e in questo momento ci sono tante realtà che, anche a seguito di passaggi generazionali, sono pronte a cedere la proprietà», conferma Tersi.
Piatto ricco per i gruppi più attrezzati che hanno capacità e voglia di crescere. «A patto però di cercare l’azienda funzionale al proprio sviluppo» chiosa Tersi.
Un modello di crescita che appare ottimale è quello della famiglia veneta Tommasi, una delle più note nella Valpolicella classica, che nell’arco di pochi anni ha messo insieme un gruppo, Tommasi family estates,  con un giro d’affari di oltre 25 milioni di euro. Quarta generazione in campo, un passo dopo l’altro, Tommasi oggi si estende dal Veneto alla Lucania (azienda Paternoster) e alla Puglia (Masseria Surani), passando per l’Oltrepò Pavese (Tenuta Caseo) e la Toscana dove, proprio quest’anno ha fatto fatto l’en plein, affiancando alle proprietà di Montalcino (Podere Casisano) e della Maremma (Poggio al Tufo) anche una presenza nel Chianti classico con l’ingresso nella Fattoria La Massa di Panzano in Chianti, accanto al fondatore e vigneron Giampaolo Motta e all’imprenditore Ermen Minari. «Il nostro intervento garantisce la possibilità di maggiori investimenti e la nostra struttura commerciale e organizzativa permetteranno di allargare i mercati e portare i vini di Fattoria La Massa in tutto il mondo», afferma Dario Tommasi presidente del gruppo veneto.
La ricerca della maggiore taglia e di un portafoglio vini più ampio e attraente è il comune denominatore di molte iniziative. Fontanafredda, storica cantina piemontese di Oscar Farinetti (60 milioni di fatturato, 31mo posto in classifica) è sbarcata quest’anno in Toscana, nel Chianti classico, rilevando dalla famiglia tedesca Werner Ernest Wilhelm Il Colombaio di Cencio a Gaiole in Chianti con più di 100 ettari di terra, di cui 15 a vigneto. Acquisizione che aggiunge un altro tassello alla collezione vinicola di Farinetti, che spazia dal Friuli al Piemonte, dal Veneto alla Sicilia dove è approdato di recente con la Borgogno, altra cantina piemontese di proprietà, per creare sull’Etna la Villa dei Baroni, in joint venture con Francesco Tornatore.
E’ sempre più ampia e più forte la proprietà toscana di Cecchi (più di 39 milioni di fatturato, 47mo posto in classifica) potenziata con l’acquisizione di 6 ettari a Montalcino; Roberto Conterno, barolista tra i più affermati alla guida della Giacomo Conterno di Monforte d’Alba, ha comprato la Nervi, antica cantina di Gattinara nel Vercellese; le sorelle Maria Elena, Elvira, Luisa e Giuliana Bortolomiol, alla guida dell’ultracentenaria cantina che porta il loro nome, firma del Prosecco superiore di Conegliano Valdobbiadene, hanno aggiunto un rosso toscano alle loro bollicine venete,  grazie all’investimento fatto nel Podere La Canonica, piccola realtà al confine tra San Giovanni d’Asso e Montalcino (i due comuni fusi di recente).
Marchesi Antinori, la prestigiosa realtà toscana proprietaria di 2.880 ettari di vigne, non va in giro a cercare aziende,  ma non perde occasione per potenziare il suo patrimonio di vigneti, da sempre un asset strategico per la griffe toscana presieduta da Albiera Antinori: altri 100 ettari sono entrati in famiglia quest’anno grazie all’acquisto della Tenuta Farneta di Sinalunga, nell’aretino portando a 1800 l’estensione di vigneti nella sola Toscana.

Vino e finanza

Acquisti e vendite, ma non solo. Se per crescere c’è bisogno di investimenti importanti, ecco i nuovi strumenti della finanza.
Lo scorso settembre la storica cantina siciliana Tasca d’Almerita (più di 19 milioni di fatturato, 54.4% export) , sottobraccio a  Iccrea BancaImpresa, ha emesso un minibond del valore di 3 milioni di euro, per sostenere la sua crescita sui mercati internazionali e valorizzare il progetto Tascante, la nuova tenuta sull’Etna,«tra le aree di maggiore interesse sul mercato internazionale», sottolinea Alberto Tasca ceo dell’azienda e ottava generazione di una famiglia che ha avuto grande parte nella crescita enologica siciliana. «Tascante è la sintesi esatta della nostra idea di vigneto sul vulcano più alto d’Europa: 30 ettari complessivi di cui 17 vitati, quasi 200 muretti a secco, oltre 100 terrazzamenti, 5,5 ettari di castagni, 355 piante di ulivo. Questa nuova sfida è una delle tante che l’azienda ha previsto nel suo piano di sviluppo con l’obiettivo di una forte crescita all’estero».
Fa parte del circuito Elite di Borsa italiana la Velenosi vini (8 milioni di fatturato, 60% export) ambiziosa e capace cantina marchigiana che per aumentare la sua capacità produttiva e investire anche in prodotti a lungo invecchiamento ha emesso un prestito obbligazionario di 3 milioni di euro sottoscritto da Anthilia Capital Partners  attraverso i suoi fondi Anthilia bond impresa territorio e Anthilia Bit Parallel  che investono in bond creati ad hoc per le piccole e medie imprese. Senza entrare in dettagli tecnici, l’emissione è garantita dal Fondo europeo investimenti sulla base dell’accordo sottoscritto da Fei e Anthilia e l’advisor e arrenger è Sida group. «Velenosi opera in un territorio emergente ed è l’esempio di un’imprenditorialità che ha saputo evolversi nel tempo», dice Angiolina Piotti socio e co amministratore della cantina marchigiana.

L’allungo delle Coop

Si muove anche il mondo della cooperazione. Uno dei suoi più grandi attori, la romagnola Terre Cevico (112,7 milioni di fatturato, 15ma in classifica) è arrivata in Veneto, e precisamente in Valpolicella, comprando Montresor dalla famiglia proprietaria. Ma la coop di Lugo di Romagna (Ravenna) non si è fermata qui: ha infatti cercato e trovato due compagne di cordata: la coop Valpantena che opera nell’area della Valpolicella e la coop Vitevis attiva nella zona del Prosecco, del Soave e del Pinot grigio. «E’ la dimostrazione pratica di come una coop possa valorizzare un marchio privato, nel pieno rispetto del legame territoriale dell’azienda», sottolinea il presidente Marco Nannetti,  protagonista anche dell’accordo realizzato con il consorzio concorrente Caviro per la creazione di Bolé, neonato spumante romagnolo figlio del vitigno Trebbiano: «In soli 8 mesi si è sviluppata una notorietà inaspettata intorno a questo nostro vitigno», commenta Nannetti.
E’ un’alleanza funzionale allo sviluppo dell’export sul mercato svizzero quella realizzata tra il Giv, (il Gruppo italiano vini, controllato dalle Cantine Riunite,  con 385 milioni di fatturato) e Granarolo, il gruppo lattiero-caseario di Bologna con circa 1,3 miliardi di ricavi nel 2017. Lo strumento è la Comarsa, la società controllata da Granarolo, leader nella vendita di food italiano in Svizzera, di cui il gruppo veneto presieduto da Corrado Casoli ha acquisito l’11% del capitale: una fiche che segna l’ingresso della voce vino nel portafoglio della società di distribuzione.
Di altro segno la mossa di Terre Cortesi Moncaro, la maggiore coop marchigiana, con base a Montecarotto (Ancona) e un fatturato di 23,1 milioni  (al 65mo posto in graduatoria). Presieduta da Doriano Marchetti, Moncaro ha aperto la sua base sociale alla svedese Winemarket Nordic, suo principale distributore scandinavo (fa capo al gruppo Viva wine & spirits) che è entrato in qualità di socio finanziatore con il 18% delle quote e una rappresentatività in assemblea del 14,2% dei voti. L’operazione segna il primo ingresso di un socio estero privato nel mondo della cooperazione italiana e l’obiettivo, oltre al riequilibrio finanziario, è il supporto per lo sviluppo internazionale.

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