La classifica 2024

Blog

Mercato 2025: chi compra, chi vende

Mercato 2025: chi compra, chi vende

«E’ la sesta cantina che si aggiunge al nostro gruppo e, come le altre, è un progetto in una zona vocata per la viticoltura, il Trento Doc, che vogliamo valorizzare perché riteniamo non abbia  ancora espresso pienamente le sue grandi potenzialità. E’ anche un progetto in linea con i cambiamenti climatici: siamo tra i 600 e i 1000 metri di altitudine, altezze diventate necessarie per produrre bollicine di qualità».

Federico Veronesi, 33 anni e studi economici alle spalle,, proprietario e ceo di Oniwines, braccio vinicolo di Oniverse (il gruppo creato dalla sua famiglia con un giro d’affari di 3,5 miliardi nel 2024), presenta così la ERT1050, la nuova azienda in alta montagna (appunto a 1050 metri di altitudine) appena inaugurata. E’ un altro tassello nel puzzle di Oniwines che già comprende Tenimenti Leone nel Lazio, La Giuva in Veneto, Podere Guardia Grande in Sardegna e i due ultimi gioielli acquisiti quest’anno: Villa Bucci nelle Marche e Pico Maccario in Piemonte. Tenuto conto che la capogruppo possiede anche Signorvino, la catena di enoteche con cucina che di fatto rappresenta un distributore diretto e privilegiato delle cantine di Oniwines, è facile prevedere uno sviluppo importante del fronte vinicolo. Al momento il giro d’affari si avvicina ai 6,5 milioni, sostenuto essenzialmente da Villa Bucci e Pico Maccario. . «Ma è solo l’inizio», sottolinea Veronesi che punta in alto: «Vogliamo essere tra i top player di riferimento del settore».

E’ un fatto: oggi nel mercato del vino hanno la meglio le aziende dalle spalle grosse, governance solida, progetti forti e portafoglio pieno. Esattamente ciò che sta avvenendo in questo difficile 2025. Un anno pesante per il settore, a causa di vari fattori: conflitti geopolitici, dazi statunitensi, svalutazione del dollaro, nuovi stili di consumo, cambiamenti climatici. In questo quadro «piccolo non è più bello», avverte Lamberto Frescobaldi, presidente dell’Unione italiana vini e della sua maison toscana. Sembra proprio così. Ovunque ci sono cantine in vendita. E il terreno è fertile per chi ha i mezzi per crescere.

«La spinta viene dal basso, dalle aziende che hanno una storia e un buon nome, ma non hanno più la forza di crescere da sole e tanto meno di partecipare ai mercati internazionali», sostiene Lorenzo Tersi, wine advisor di riferimento del mercato, fondatore e ceo di Lt wine&food advisory. «Senza contare che c’è un’altra agenda che non si può eludere: quella dei passaggi generazionali. Un problema che sta dietro tante operazioni concluse e tanti progetti ancora in fieri».

Insomma, è sempre più diffusa la necessità di accasarsi, di trovare una sponda forte, soprattutto in un’ottica di sviluppo internazionale. E ciò non riguarda solo il mercato privato.

L’esigenza di varcare la frontiera con una struttura commerciale adeguata è per esempio tra le motivazioni che hanno spinto la Cantina sociale di Monteforte d’Alpone a entrare nel Collis veneto wine group, guidato da Pierluigi Guarise: un’operazione ancora fresca di inchiostro che ha rafforzato ulteriormente la maggiore cooperativa veneta (220 milioni di fatturato, tra le prime dieci realtà in Italia), diventata con questa ultima mossa anche leader nella produzione del Soave

Ma chi compra nel Vigneto Italia? Le ultime due mosse sono di Mack & Schuhle Italia, uno dei principali competitor del mercato, di cui è amministratore unico Fedele Angelillo (205 milioni il giro d’affari).Fortissima nella grande distribuzione, l’azienda pugliese fondata nel 2008 dalla famiglia Angiolillo, è oggi il braccio italiano dell’omonimo gruppo tedesco da 550 milioni di fatturato, specializzato nella distribuzione di vini e liquori in Germania. Per anni in sordina, M&S è venuta alla ribalta tre anni fa, sfoggiando incrementi a due cifre e non si ferma. Ha appena acquisito il 75% del capitale della Vinicola Antonio Divella in Puglia, specializzata nella trasformazione dell’uva conferita in vino sfuso e ha stretto un patto di ferro con un gruppo di cantine cooperative regionali  attraverso un progetto originale battezzato Genevitis .

Le mosse di Oniwines, Collis e Mack &Shuhle sono solo le ultime in ordine di tempo in un settore in ebollizione. Ma ad aprire le danze 2025 è stata Argea. La maggiore realtà privata del mercato (464 milioni di fatturato, controllata da fondo Clessidra) ha acquisito l’importatore americano WinesU, operazione che ha permesso al gruppo guidato da Massimo Romani di rafforzarsi nella piazza che assorbe più del 30% del suo export.

Più recenti le due mosse di Pasqua Vini: la centenaria cantina veronese titolare di un giro d’affari di 63,4 milioni, è un esempio di guida salda grazie al riuscito passaggio generazionale, con i tre fratelli Riccardo, Alessandro e Andrea nei ruoli chiave dell’azienda, accanto al padre Umberto Pasqua. Guidata da Riccardo (ad), l’azienda ha investito a Pantelleria acquisendo il 75% di Serraglia, proprietà dell’attrice francese Carole Bouquet e nello stesso tempo è diventata distributore internazionale esclusivo del visionario produttore vinicolo americano Charles Smith, di cui oggi è anche partner di minoranza (con il 20%) nel brand Real wine.

In movimento anche un’altra importante realtà veneta, Tommasi Family Estate (32 milioni di fatturato). Alla testa di una delle realtà più dinamiche del mercato, con otto cantine di proprietà in sei regioni, la famiglia Tommasi ha appena rilevato due aziende in Puglia , la Tenuta Eméra in provincia di Taranto e la Cantina Moros nel Salento che potenziano la presenza del gruppo nella regione dove già opera con Masseria Surani.  Con questa operazione il patrimonio viticolo complessivo dei Tommasi supera gli 800 ettari, risultando tra i più consistenti in Italia.

 

Aziende in prima fila, altre in secondo piano, ma non meno ambiziose. Come l’Agricola Gussalli Beretta (il ramo agricolo della famiglia bresciana proprietaria della più antica fabbrica di armi) che ha acquisito di recente il 40% della Agricola Leonardo Specogna nei Colli orientali del Friuli, dopo aver comprato lo scorso anno a Bolgheri la Fabio Motta. Due nuove fiche nel vino che portano a  7 le cantine del gruppo tra le quali figurano Lo Sparviere in Franciacorta e il Castello di Radda nel Chianti classico.

Doppio colpo in un anno della Tenuta Ulisse in Abruzzo. L’azienda controllata da fondo White bridge investments II e guidata da Luigi Ulisse ha comprato a settembre una vera perla del mercato: la cantina campana Montevetrano di Cipriano Picentino, nel salernitano, fondata da Silvia Imparato, tra le donne del vino più conosciute e apprezzate, produttrice di vini di fama internazionale. E’ in primavera ha acquisito la Cirelli Cantina Biologica, piccola e preziosa realtà abruzzese, mettendo così le basi per la creazione di una piattaforma di aziende del mezzogiorno.

In Puglia Cantine PaoloLeo, nel Salento ha acquistato la storica Candido, e la famiglia Liantonio nell’Alta Murgia, ha ricomprato dal gruppo Prosit il controllo della cantina Torrevento.

Operazioni concluse e molte altre nell’aria o nei desideri di chi ha soldi da investire.

In Friuli c’è chi bussa alla porta della famiglia Rotolo, proprietaria di Schiopetto e Volpe Pasini. Nelle Marche piacciono le titolate cantine delle famiglie Garofoli e Chiacchiarini-Sartarelli, mentre Giampaolo Cocconi, commissario della Cooperativa  Moncaro, attende le manifestazioni di interesse per quella che è stata la maggiore realtà vitivinicola della regione. In Toscana e in Piemonte decine di cantine a controllo familiare ricevono avances da grandi gruppi che aspirano ad avere nel loro portafoglio vini noti di forte richiamo, come Barolo, Chianti classico o Brunello di Montalcino, per citarne alcuni.

Genevitis : patto di ferro Mack&Schuhle-cooperative

Genevitis: è il nome del progetto appena varato da Mack&Schuhle Italia. Un’iniziativa che collegherà il mondo della produzione vinicola con quello della vendita al dettaglio internazionale grazie ad accordi pluriennali. Questa prima edizione del progetto  prevede il coinvolgimento di 6 cooperative regionali: Araldica in Piemonte, Gotto d’oro nel Lazio, Santa Maria La Palma in Sardegna, La Guardiense in Campania,  Cantina Tollo in Abruzzo, e Cantine Due Palme in Puglia. Con queste cantine sociali sono previste iniziative di co-brand regionale che nel 2026 porteranno sul mercato i seguenti progetti enologi «multi referenza»:

Araldica (Piemonte): Marchese Dalmasso

Gotto d’oro (Lazio) : Mitreo

La Guardiense (Campania): Terre di Guardia

Cantina Tollo (Abruzzo): Chiore

Cantine Due Palme (Puglia): Radicanto

Santa Maria La Palma (Sardegna) :Maentu

Nelle prossime edizioni verranno progressivamente coinvolte le cantine della rete nazionale di Mack & Schuhle Italia che mira a coprire tutto il territorio nazionale e che oggi si traduce in un network formato da  5mila agricoltori, 30mila ettari di vigneto e oltre 3 milioni di ettolitri di vino.

Morale: Mack&Schuhle Italia diventa il soggetto aggregatore privato delle cantine sociali,  stringendo un patto di ferro che garantisce a ciascuna acquisto delle uve e distribuzione all’estero, dando inoltre l’opportunità di sviluppare nuovi brand e garantendo un rapporto commerciale di lungo periodo.

Collis Veneto Wine Group- Cantina sociale di Monterforte d’Alpone. Operazione Soave

Lo scambio di anelli è di venerdì 21 novembre: la Cantina sociale di Monteforte d’Alpone (Verona) entra a far parte del Collis Veneto wine group, la più grande cooperativa veneta, tra i primi dieci operatori del mercato vitivinicolo italiano. Il via libera all’operazione, attraverso una fusione per incorporazione, segna un altro passo sulla strada del potenziamento del gruppo, che con questa mossa conquista anche un altro record: diventa leader assoluto nella produzione del Soave, noto vino bianco da uve Garganega, tipico della regione.

«Si unisce a noi una cantina con 450 soci e 1200 ettari che ha sempre rappresentato un punto di eccellenza nell’area della Doc Soave: circa il 65% della sua produzione è infatti concentrata nella zona del Soave classico, dove noi eravamo assenti, e in particolare nell’area collinare, molto interessante dal punto di vista morfologico grazie ai suoi terreni vulcanici», sottolinea Pierluigi Guarise, confermato ceo di Collis per il prossimo triennio, assieme al presidente Pietro Zambon, dall’assemblea straordinaria che ha varato l’operazione. «Monteforte d’Alpone si integra perfettamente nel progetto qualitativo che sta guidando le mosse del nostro gruppo: in pratica ci allarghiamo in un’area pregiata, curata da viticoltori attenti e dediti a un’agricoltura in molti casi eroica, che esprime prodotti di grande qualità che si pongono al vertice della nostra piramide valoriale», aggiunge Guarise. «Dunque un’operazione che non solo rafforza la struttura del gruppo, ma che è importante dal punto di vista strategico».

Presieduta fin qui da Francesco Bovoni e diretta da Paola Gregori, la coop di Monteforte d’Alpone porta al gruppo 17 milioni di fatturato, 5 milioni di bottiglie e 140 mila ettolitri di vino sfuso, entrando a far parte di una realtà strutturata, in grado di piazzare il prodotto sui mercati internazionali. Matrimonio di interesse anche per Collis. A bocce ferme, il gruppo guidato da Guarise, conta un giro d’affari aggregato di oltre 220 milioni, una base sociale di 2450 famiglie e un patrimonio vitato di 7200 ettari (tra i maggiori in Italia) spalmato nelle aree più vocate di Verona, Vicenza e Padova: un bacino operativo invidiabile, un punto di forza di Collis, in grado di fornire spazi importanti da dedicare a sperimentazioni e produzioni di eccellenza. Tenuto conto dei tempi tecnici, l’atto di fusione verrà redatto con effetto civilistico dal 1 febbraio 2026 e l’operazione inciderà quindi sul bilancio 2005-2006 (le coop chiudono i conti a metà anno). Nell’annata 2024-2025, chiusa lo scorso luglio, Collis ha realizzato minori ricavi a causa della mancanza di prodotto sfuso dovuto alla scarsa vendemmia (203 milioni, meno -8%). Ciò non ha impedito alla coop veneta di chiudere i conti con un forte aumento dell’utile: 4,1 milioni contro i 2,8 milioni del precedente esercizio, a riprova delle sinergie realizzate nell’ambito della nuova struttura messa a punto negli ultimi due anni. E’ stata una metamorfosi in tre tappe.

Regista Guarise, la rivoluzione è partita nel 2023 con la trasformazione del Consorzio nato nel 2008 proprio a Monteforte d’Alpone, in cooperativa di primo grado, in grado di controllare l’intera filiera del vino, dall’uva alla bottiglia. E’ seguita, a stretto giro, la creazione di Collis Heritage: società nata dalla fusione per incorporazione tra Cantine Riondo e la storica Sartori, la cui famiglia partecipa alla società con una quota del 26,7%. Ed ecco ora

l’operazione Monteforte D’Alpone che aggiunge potenza di fuoco al gruppo.

Diretta da Christian Scrinzi, Collis Veneto detiene anche il  51% di Cielo e Terra 1908,

opera attraverso 5 cantine e 3 centri di imbottigliamento, oltre a 36 wine shop a marchio Cantina Veneta in Italia.

Squadra coesa, solidi fondamentali, forti ambizioni: difficile si fermi qui.

35 Consorzi di tutela vini: quanto valgono e cosa rappresentano

L'articolo da Il corriere della sera 3-11-2025

L’articolo da Il corriere della sera 3-11-2025

Sono le sentinelle di oltre 304 mila ettari vitati e rappresentano più di 2,3 miliardi di bottiglie in commercio: è questo il peso e l’impegno dei 35 maggiori Consorzi di Tutela vini del mercato italiano. Realtà che hanno il polso delle più importanti aree viticole del Paese e la tutela delle relativi vini o denominazioni, per dirla con gli addetti ai lavori. I consorzi non entrano nel merito del giro d’affari dei singoli vini, ma senza dubbio, le denominazioni tutelate, rappresentano tutte insieme un valore economico molto vicino a 9 miliardi di euro, vale a dire quasi la totalità dei 9,3 miliardi certificati nel 2024 da Valoritalia per le denominazione di vino Dop e Igp. In pratica il valore economico dei vini tutelati dai 33 Consorzi incide per oltre il 64% sul giro d’affari 2024 dell’intero mercato vinicolo italiano, pari a 14,5 miliardi, secondo l’Osservatorio dell’Unione italiana vini. La tabella presenta la graduatoria di 35 dei consorzi più grandi del mercato, in base al numero di bottiglie, ma contiene anche altri dati significativi come la produzione in litri, l’estensione dei vigneti e la quota coltivata a biologico. Si parte dal maggiore in assoluto, il Consorzio del Prosecco Doc presieduto da Giancarlo Guidolin: 28 mila ettari di vigne per lo più di uva Glera (mamma del Prosecco), una produzione 2024 di 495 milioni di litri e 660 milioni di bottiglie in commercio. Queste bollicine venete, facili e sbarazzine, hanno una diffusione mostruosa in tutte le latitudini, in particolare in Usa dove rappresentano in valore il 31% di tutte le vendite di vino italiano. Risultato alimentato anche dalle altre due tipologie di Prosecco. Accanto alla più semplice doc, usatissima anche per i cocktail, si impongono Infatti le versioni di Prosecco più pregiate, tutelate a loro volta dai rispettivi Consorzi: il Conegliano Valdobbiadene Prosecco docg presieduto da Franco Adami, al vertice della piramide qualitativa, con oltre 94 milioni di bottiglie, e il più piccolo e raffinato Prosecco Asolo Montello di cui è presidente Michele Noal che ne porta sul mercato circa 33 milioni. Insieme, le tre tipologie rappresentano 39.100 ettari di vigneti. Secondo l’Osservatorio Uiv Vinitaly, la triade del Prosecco rappresenta oggi a valore l’87% delle vendite di spumanti italiani negli Usa. Non a caso il Veneto, culla del denominazione, si conferma, anno dopo anno, come la maggiore regione esportatrice d’Italia.

Dopo la corazzata Prosecco, sale sul podio il Consorzio vini Doc delle Venezie che si estende per tre regioni e di cui è re indiscusso il Pinot grigio doc, bianco famoso nel mondo, e in particolare in Usa. Presieduto da Luca Rigotti, il Consorzio conta 27 mila ettari in produzione per 230 milioni di bottiglie e sta lavorando, tra l’altro, per abbassare il grado alcolico del suo vino di punta. Prosecco e Doc delle Venezie guidano la compagine del Consorzi veneti in classifica che comprende altre significative denominazioni molto note al grande pubblico, anche internazionale. Si parte dal Consorzio dei vini della Valpolicella sotto la guida di Christian Marchesini (Amarone, Ripasso, Valpolicella sono le sue bandiere): una delle attività distintive di quest’area è quella della raccolta delle uve per l’appassimento in Valpolicella, un’operazione tutta manuale che in vendemmia vale 120 mila giornate di lavoro. Segue il Consorzio Soave presieduto da Cristian Ridolfi che si prende cura del suo bianco tipico, il Soave, tipologia diretta per il 50% all’estero. Chiude il più piccolo Consorzio Collio presieduto da Luca Raccaro: ha avviato una fase di rilancio del suo magnifico territorio ricco di vini: dal Friulano, al Sauvignon, alla Ribolla gialla, ai Merlot.

Sul terzo gradino del podio ecco il Consorzio vini d’Abruzzo: realtà che risponde di 33mila ettari vitati, oltre la metà destinati al Montelpulciano d’Abruzzo, il vino bandiera della regione che rappresenta l’80% della produzione Doc, affiancato da due fratelli in crescita, il Cerasuolo dal colore rosso ciliegia e il bianco Pecorino. Dopo anni di quantità l’Abruzzo ha messo al centro la qualità e il valore del suo vino fino al punto da bloccare temporaneamente la produzione per ottenere un rapporto più equilibrato tra domanda e offerta. Presieduto da Alessandro Nicodemi il consorzio punta anche alla promozione sui mercati internazionali che già assorbono il 70% del prodotto.

35_Consorzi_di_tutela_vini_25ADM
Sotto il podio altri due Consorzi con oltre 100 milioni di bottiglie ciascuno. Sono entrambi in Emilia Romagna: il più grande è il Lambrusco Doc, rosso familiare e molto diffuso all’estero, cui fanno capo ben 6 tipologie di lambrusco, tra cui le più note Sorbara, Salamino o Grasparossa. Il mondo Lambrusco conta 9700 ettari in produzione e porta sul mercato 143 milioni di bottiglie, dati che comprendono anche il Lambrusco Emilia igt controllato dal consorzio tutela vini Emilia. Realtà dirette entrambe da Giacomo Savorini, che in un contesto segnato dal calo dei consumi, possono contare su un prodotto che risulta in linea con i tempi per la sua immediatezza e gradazione alcolica contenuta. Sono 101,8 milioni le bottiglie controllate dal Consorzio Vini di Romagna presieduto da Roberto Monti, cui spetta la tutela dei vini prodotti nelle province di Imola, Forlì Cesena, Ravenna e Rimini: i più tipici Sangiovese e Albana. L’Emilia Romagna, grande produttrice di vino, fa tris in classifica con un altro Consorzio più piccolo, presieduto da Carlo Piccinini, dedicato essenzialmente alla produzione di Pignoletto, vino frizzante tipico dei colli bolognesi: 2400 ettari per 17 milioni di bottiglie.

(altro…)

Le 27 cantine del club over 100 milioni (anticipazione della classifica 2024 con alcuni dati delle aziende con più di 100 milioni di fatturato)

Scarica gli articoli del Corriere della Sera

Scarica gli articoli del Corriere della Sera

Rappresentano da sole il 41% del fatturato 2024 del mercato vitivinicolo italiano, pari a 14,5 miliardi e il 47,5% del totale export (8,1 miliardi). Chi sono? Le magnifiche 27 del club over 100 milioni. Ovvero le aziende che hanno chiuso l’ultimo esercizio con più di 100 milioni di incassi e figurano al vertice della classifica delle oltre 100 cantine più grandi d’Italia (che L’Economia pubblicherà nei prossimi mesi). Più di 6 miliardi di fatturato totale, 3,8 miliardi di esportazioni, 2,2 milioni di bottiglie: sono questi i dati 2024 del club over 100 milioni, che conta  27 soci. C’è una new entry: è la Cantina di Conegliano Vittorio Veneto Casarsa, la maggiore cooperativa di primo grado nelle aree di produzione del Prosecco, frutto del matrimonio con la Viticoltori friulani La Delizia celebrato lo scorso anno. Più di 5.600 ettari di vigneti, 1.516 soci, 149,8 milioni di fatturato, la neonata supercoop presieduta da Stefano Zanette, è presente a quota 19 di questa graduatoria dei big. E c’è anche un’uscita: lascia il club la Contri Spumanti, casa spumantistica controllata dalla Hyle Capital Partners, scesa sotto i 100 milioni di fatturato (95,6 milioni). Una prova in più della difficile annata vissuta dal mercato vinicolo. Basti pensare che anche in questa rosa dei più grandi, sono nove le aziende con il segno meno davanti al fatturato: 5 realtà private, Iwb, Herita Marzotto wines estates, Gruppo Lunelli, Schenk italian wineries e gruppo Ruffino. E 4 cooperative: Caviro, Cavit, Mezzacorona e Cadis 1898. Altri cinque brand hanno chiuso i conti con un sostanziale pareggio: le coop Cantine Riunite e Vignaioli veneti friulani e le private Fratelli Martini, Marchesi Frescobaldi e Villa Sandi. Infine in13 vantano il segno più. (altro…)

Le cooperative pesano di più ( anticipazione della classifica 2024 che riguarda alcuni dati delle maggiori coop)

Aumenta il peso delle coop nel club over 100 milioni: in 12  (una più dello scorso anno), rappresentano oltre un terzo del giro d’affari complessivo dei 27 big.

Sono lo stato maggiore della cooperazione vinicola nazionale e insieme rispondono di un di fatturato di 2,9 miliardi, 1,5 miliardi di export e 1,3 milioni di bottiglie.

Dopo Riunite, Caviro e la new entry Conegliano, partiamo dal sesto e settimo posto con Cavit (253,3 milioni) e La Marca vini e spumanti (251milioni). In buona forma, il consorzio trentino guidato da Enrico Zanoni registra una flessione del fatturato (-5,8%) dovuta alla cessione delle attività non strategiche dell’ex controllata Casa Girelli ora fusa nella capogruppo. Mentre torna a correre sull’onda del Prosecco, suo cuore operativo, La Marca presieduta da Claudio Venturin (+11,56).

Al decimo posto c’è Collis Veneto wine group,  titolare di un fatturato di 219,3 milioni (+4,3%).Dopo la trasformazione in coop di primo grado, la realtà veneta guidata da ceo Pierluigi Guarise punta ad ampliare la presenza estera, mentre in Italia ha lanciato la catena monomarca Cantina Veneta che conta già 36 negozi per un giro d’affari di 12,6 milioni.

Presieduta da Luca Rigotti, segue Mezzacorona con 212,4 milioni. Coop trentina di primo grado è molto forte all’export: più dell’88% del suo fatturato passa la frontiera.

Al tredicesimo posto, Terre Cevico ha raggiunto i 206,2 milioni (+4,8%). La realtà romagnola presieduta da Franco Donati presenta il suo primo consolidato da coop di primo grado. Segno più (4%) per Vi.V.O cantine, tra le maggiori realtà del Veneto orientale titolare di un fatturato di 178,2 milioni. Presieduta da Franco Passador, la coop ricerca nuovi mercati di sbocco e punta sull’ innovazione.

Sale a quota 20 la siciliana Cantine Ermes presieduta da Rosario Di Maria: 142,7 milioni di fatturato (+3,17%). Tra le coop di 1° grado, Ermes, con 13646 ettari di vigneto, è la più grande per superfici vitate ed è anche l’unica multiregionale, con presenze in Sicilia, Veneto, Puglia, Abruzzo, Emilia Romagna e Lombardia.

Flette dell’8% il fatturato dell’ultracentenaria cooperativa veneta Cadis 1898 guidata da Alberto Marchisio oggi a quota 24 con 129,1 milioni.

Chiude al 25mo posto, la Vignaioli Veneto Friulani presieduta da Stefano Berlese, anche socia di La Marca: 109,5 milioni di fatturato, risultato in linea con lo scorso esercizio.

Anna Di Martino

Dazi 20%: Denis Pantini (Nomisma) fa i conti

Tanto tuono che piovve. Nella notte italiana di mercoledì 2 giugno, il presidente Usa, Donald Trump, ha dunque deciso un dazio del 20% sui vini europei. Cosa significa in pratica?

Fin qui, il dazio pagato alla frontiera Usa è stato pari allo 0,0578 euro al litro sui vini fermi imbottigliati, e allo 0,1817 euro al litro sugli spumanti. Considerando i prezzi medi dei vini italiani alla frontiera americana, vuol dire lo 0,9% in più sui fermi e il 3,5% in più  per gli spumanti sul prezzo all’importazione. E ora? (altro…)

Terzo Rapporto Wine Monitor Nomisma per Unicredit: le regioni più competitive

Terra straordinaria, tra i Paesi più vocati al mondo nella coltivazione della vita, l’Italia vanta una tavolozza di vitigni e di vini che non ha uguali. Un patrimonio che ogni regione cura come un figliolo, esaltandone le caratteristiche, con risultati significativi. In alcune zone più che altrove. In occasione del Vinitaly 2025, una importante ricerca mette a fuoco la competitività delle regioni del vino: è il terzo rapporto realizzato da Wine monitor Nomisma per conto di UniCredit. L’indagine si concentra quest’anno sull’export, vale a dire su una delle voci più importanti nel bilancio del mercato vitivinicolo nazionale, per non dire decisiva nei conti di tutte le maggiori cantine del Vigneto Italia.

Ebbene, dopo la battuta di arresto dello scorso anno, il mercato vitivinicolo 2024 ha chiuso con un export di 8,1 miliardi pari a una crescita del 6% trainata in modo particolare dagli spumanti che continuano ad affermarsi a tutte le latitudini, fino a pesare per il 30% sulle esportazioni totali del settore. Uber alles nella batteria delle bollicine è ancora una volta, e sempre di più, il Prosecco che rappresenta da solo il 22% di tutto l’export vinicolo italiano. Ed è proprio grazie al Prosecco che il Veneto si consolida come la prima regione esportatrice, rappresentando da sola circa 3 miliardi di euro, pari a un incremento del 7,3% sul 2023.

Oltre all’allungo dell’export veneto, una grossa novità nella classifica 2024 delle principali regioni esportatrici, è il sorpasso della Toscana ai danni del Piemonte. Entrambe queste importanti regioni, culla di vini tra i più famosi e pregiati al mondo, nel 2023 avevano registrato un decremento delle esportazioni: nel 2024 la Toscana ha però ricominciato a correre ed ha messo a segno una crescita del 9% , mentre il Piemonte ha continuato a muoversi al rallentatore, portando a casa un misero +0,1%.

Dinamici e competitivi

«La fotografia della filiera vitivinicola italiana che emerge dalla ricerca Nomisma è quella di una realtà dinamica e competitiva, con esportazioni in crescita. Un’immagine coerente con il supporto di UniCredit alle aziende del settore, in aumento dell’11% nel 2024, con oltre 220 milioni di nuovi finanziamenti — sottolinea Remo Taricani, deputy head of Italy di UniCredit, tra i gruppi bancari più attivi su questo fronte —. Nonostante il nuovo scenario di incertezza regolamentare e di tensione commerciale a livello globale, siamo certi che la nostra banca possa continuare a ricoprire un ruolo di primaria importanza per le imprese, aiutandole a portare avanti efficaci strategie di diversificazione dei mercati di sbocco».

Ma quali sono i vini Dop regionali più gettonati dai mercati esteri? La palma dei più richiesti spetta ai rossi fermi toscani che hanno registrato una crescita del 12% sul 2023. Al secondo posto si piazza il Prosecco (+11%), seguito dai bianchi fermi del Veneto e da quelli della Sicilia, che hanno portato a casa entrambi un incremento del 9%.

Segno negativo invece per Asti spumante e per tutti gli altri spumanti Dop. Questi ultimi per la verità sono più venduti sul mercato domestico, ma hanno comunque risentito della relativa capacità di spesa dei consumatori e del rallentamento economico che ha interessato soprattutto i mercati europei, a cominciare dalla Svizzera. Basti pensare, d’altra parte, che nel 2024 anche l’export di Champagne è crollato dell’8%.

Tra i principali mercati di sbocco del vino italiano, si fa notare il rimbalzo dell’11% messo a segno lo scorso anno dagli Usa, dopo il calo del 2023, anche se va detto che questa crescita è in parte drogata dall’accumulo di scorte accelerato dagli importatori negli ultimi mesi dell’anno, di fronte al timore di nuovi dazi annunciati dalla nuova amministrazione Trump. «Il minacciato dazio del 200% rappresentava una vera «messa al bando — afferma Denis Pantini, head of Agrifood  wine monitor —. Lo dimostra quanto accaduto ai vini australiani in Cina quando dal 2021 al 2024 hanno subito un analogo trattamento (218% di dazi) a causa di una “ripicca” politica da parte di Xi Jinping nei confronti del governo di Canberra».

Ma le prospettive non sono buone anche di fronte ai dazi del 20% appena decisi: è indubbio che una «gabella» simile genera una sorta di barriera all’ingresso i cui effetti risultano più pesanti per quei vini italiani che hanno negli Usa uno dei principali mercati di sbocco. Tra questi, i bianchi Dop del Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia, per i quali gli Usa pesano per il 48% del valore del proprio export, i rossi Dop della Toscana (40%), quelli del Piemonte (31%), così come per i bianchi Dop di Toscana e Veneto (29%).

A proposito di Stati Uniti, la novità principale del Rapporto Nomisma Wine Monitor-UniCredit riguarda un’indagine su quasi duemila consumatori americani di vino (residenti negli stati federali di California, New York e Florida) finalizzata a comprendere il posizionamento e il percepito delle regioni vinicole italiane e delle principali denominazioni presso tali consumatori. Tra le tante indicazioni emerse da questa particolare analisi del Report Wine Monitor 2025 che sarà presentato al Vinitaly domani (alle  11, presso lo stand di Confagricoltura), è emerso come siano 7 su 10 i consumatori statunitensi che nel corso dell’ultimo anno hanno scelto di comprare un vino italiano, confermando il forte apprezzamento per i prodotti del Belpaese, con Toscana, Sicilia e Piemonte in vetta alla classifica delle regioni produttrici dei vini giudicati di maggiore qualità.

Tra i  più apprezzati spiccano Prosecco, Pinot Grigio e Chianti: nel percepito degli intervistati, le singole denominazioni italiane vengono associate a valori differenti, ma a fare da denominatore comune è il richiamo all’italianità e alla tradizione. Non a caso, è proprio la tradizione del vino italiano il principale motivo che spinge gli statunitensi a consumarlo, seguito dalla varietà e ricchezza dei vitigni autoctoni.

Consumi e prospettive del mercato Italia

Nel 2028 cresceranno le vendite  dei vini più costosi

Sorpresa: nei prossimi 3 anni gli unici vini di cui aumenteranno i consumi saranno quelli più costosi. In sostanza, da qui al 2028 le vendite dei cosiddetti vini premium, e cioè quelli che costano tra i 10 e i 20 euro allo scaffale, registreranno  una crescita media annua dello 0,2% sia in volume che in valore. E faranno ancora meglio i vini superpremium, quelli con prezzi da 20 euro in sù, per i quali sono attesi incrementi del 2,8% in volume e del 3,4% in valore. Attualmente le fasce di vini con prezzi medio-alti (raccolti nelle categorie premium e superpremium) valgono al consumo 5,6 miliardi di euro e il trend dei prossimi tre anni lascia prevedere un incremento di valore dell’intero segmento del 4,1%, grazie anche a un balzo a doppia cifre delle categorie superiori alla premium (la fascia dei superpremium comprende anche linee prestige e prestige plus).

E’ uno dei risultati più significativi che emergono dall’indagine sui consumi di vino in Italia realizzata dall’Osservatorio Uiv-Vinitaly. L’inedita analisi è ricca di informazioni importanti. Emerge per esempio con chiarezza la perdita di terreno sempre più consistente dei vini a basso prezzo (low price, value e standard) che valgono oggi al consumo 7,5 miliardi e per i quali è  previsto un decremento complessivo del 9,4% da qui al 2028.  In questo arco di tempo, caleranno infatti  mediamente di circa il  4% l’anno (sia in termini di quantità che di valore) le bottiglie che costano meno di 3 euro al litro. In caduta libera anche quelle da 3 a 6 euro (la flessione stimata è maggiore del 2% in volume e valore), e non se la caveranno meglio i vini dai 6 ai 10 euro ( fascia di prezzo considerata standard) per i quali sono attesi decrementi vicini al 2%.

Al momento le due tipologie di vini in crescita, premium e superpremium, rappresentano solo  il 14% sui volumi venduti, ma pesano per il 42% in termini di valore.  Dividendo i consumatori per età, è interessante notare che le persone più  avanti negli anni (gli over 44 anni) incidono per il 75% sugli acquisti dei vini a basso prezzo, mentre se ci si sposta tra le bottiglie più costose sale il peso dei consumatori under 44 anni: questi si aggiudicano il 47% dei vini premium e quasi la metà (49%) dei vini superpremium.

Più in generale l’Osservatorio prevede un decremento dei consumi di vino in Italia del 3,6% per un totale vendite di 12,7 miliardi nel 2028: un risultato che sarebbe stato più pesante (meno 10%) senza il beneficio del buon andamento dei vini di fascia alta.

Sebbene in calo (-2.4% in volume nel 2024 e -1% in valore), il vino in Italia continua comunque a essere il motore dell’economia agroindustriale e soprattutto la bevanda nazionale, con un indice di penetrazione presso la popolazione (totale dei consumatori di alcolici) che arriva a sfiorare il 90%. Ma cosa si bene?

Secondo i dati dell’Osservatorio, su base IWSR, nel 2024 sono stati consumati in Italia 23.1 milioni di ettolitri di vino: l’84% è costituito da vini fermi  e il 15% da spumanti che pesano però per il 23% in termini di valore (le vendite di bollicine hanno raggiunto i 3 miliardi). Dominata dal Prosecco, la categoria degli sparkling, ha visto crescere negli ultimi anni anche gli spumanti metodo Charmat, prodotti in tutte le regioni, ben presenti nel circuito dei discount: nel 2024 ne sono stati venduti 367.000 ettolitri, con una crescita media annua quadriennale del 7.5%, contro il 6% del Prosecco.

Di tutt’altro genere l’andamento dei vini fermi, che nel 2024 hanno accusato un calo delle vendite del 3% a volume e dell’1,6% a valore, per un incasso complessivo di  10 miliardi di euro. In prospettiva peserà il crollo dei vini rossi (-4% annuo), mentre i vini bianchi terranno il passo con consumi quasi in linea rispetto a 5 anni fa (-1.3% nel periodo 2024/19), per un risultato finale della categoria pari a un decremento del 2.5%.

Morale: se il valore complessivo dei consumi di vino in Italia registrerà una flessione annua contenuta, pari all’1%  da qui al 2028 (per un controvalore finale di 12.7 miliardi di euro) sarà solo merito delle bollicine, per le quali si prevedono  incrementi medi annui dell’1.2% in grado di compensare il decremento dei vini fermi.

Anna Di Martino

I conti 24 sono positivi, ma il mercato è difficile. Ecco quanto contano i giovani

I conti 2024 sono positivi: secondo l’Osservatorio Uiv-Vinitaly il mercato nazionale del vino ha chiuso l’annata con un fatturato di 14,5 miliardi di euro e un export di 8,1 miliardi, in aumento rispetto al 2023. Risultati ottenuti però a fatica: l’ultimo anno è stato difficile, con i vignaioli italiani che hanno sudato il doppio per ottenere meno. E il 2025 non si presenta più facile di fronte alle problematiche più varie: dai concreti timori per i dazi minacciati dalla nuova amministrazione americana alle perduranti incertezze legate alle crisi geopolitiche, alla minore capacità di spesa delle famiglie causata dall’inflazione.

«Inutile negare una congiuntura complessa, influenzata da chiusure commerciali che potrebbero condizionare il mercato statunitense ma non solo: l’effetto delle barriere potrebbe infatti causare ripercussioni significative sull’economia globale e quindi sui consumi», afferma Adolfo Rebughini, direttore generale Veronafiere, mamma del Vinitaly alle porte. «I dazi rappresentano l’esatto contrario del fare fiera, ciò che noi con Vinitaly possiamo fare è reagire alimentando il business e contribuire ad allargare la geografia commerciale dell’export enologico, pur nella consapevolezza che gli Stati Uniti sono un buyer insostituibile, non solo perché rappresenta un quarto delle nostre spedizioni di vino nel mondo, ma anche per le prospettive incrementali che esso offre. Confidiamo nella diplomazia europea e italiana per tornare a ragionare in termini di competitività e di crescita».

In ogni caso, quando il gioco si fa duro i duri iniziano a giocare e le aziende vitivinicole nazionali hanno largamente dimostrato di avere nervi saldi e incrollabile ottimismo. «Un agricoltore, soprattutto un produttore di vino, è ottimista per definizione. Altrimenti farebbe un altro mestiere» chiosa Silvano Brescianini, alla guida della Barone Pizzini, oltre che presidente del Consorzio Franciacorta. Dunque avanti tutta, cercando di contrastare la bestia nera del mercato: l’inarrestabile calo dei consumi.

Ecco: di chi è la colpa se si vende meno vino? E’ vero, come si sente dire in giro, che è colpa dei giovani? E’ vero che i consumatori tra i 18 e i 44 anni, quelli delle generazioni Z e Millennials, non hanno interesse al vino, lo considerano roba da vecchi e non hanno voglia di spendere? La verità è un’altra. (altro…)

Contatti

Non esitate a contattarmi per maggiori informazioni sul mio lavoro!

Finito, dove vuoi andare?

torna all'inizio o usa il menù di navigazione a sinistra

Thanks for downloading!

Top