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PIU BOLLICINE NEL CLUB DEI 100 MILIONI

Due new entry nella classifica delle cantine dai fatturati maggiori, la Lunelli del Ferrari e la Vi.Vo del Prosecco. Villa Sandi di Polegato scalda i muscoli

Avanti un’altra. Anzi due: in chiusura del bilancio 2018, l’esclusivo club delle cantine con un giro d’affari superiore ai 100 milioni passa da 19 a 21 soci. Fanno il loro ingresso nel gruppo dei superbig due realtà molto diverse tra loro. La prima è la Vi.Vo cantine di Salgareda (Treviso), cooperativa di primo livello, con 2 mila soci, che opera nel Veneto orientale ed è tra i maggiori produttori di Prosecco e Pinot grigio. Presieduta da Corrado Giacomini e diretta dall’enologo Franco Passador, ha un consolidato di 101,9 milioni che comprende la controllata Casa vinicola Bosco Malera (braccio operativo per l’imbottigliamento dei suoi vini) e ha registrato un incremento del 19,79%, il più elevato tra le 21 aziende al vertice.

Debutto Matteo Lunelli, presidente e ceo del gruppo omonimo

Debutto
Matteo Lunelli, presidente e ceo del gruppo omonimo

Seconda new entry, con un fatturato di 101,1 milioni, è il gruppo Lunelli: realtà privata tra le più importanti del settore, mamma delle bollicine Ferrari, ma non solo. Il presidente e ceo Matteo Lunelli, con i cugini Marcello, Camilla e Alessandro, sono la terza generazione alla guida di un gruppo diversificato che raccoglie il marchio Bisol, griffe al top del Prosecco superiore, le Tenute Lunelli (produzione di vini fermi in Trentino, Toscana e Umbria), la grappa Segnana, l’acqua Surgiva e la Locanda Margon, tutte aziende controllate dalla capogruppo Lunelli, che rientrano nel consolidato.

In occasione della 53ma edizione del Vinitaly, ecco nella tabella in questa pagina la consueta anticipazione di alcuni dati dei big dell’esclusiva classifica delle maggiori cantine italiane che sarà pubblicata nelle prossime settimane. Il club degli over 100 rappresenta 3,7 miliardi di fatturato, 2,4 miliardi di export e 1,3 miliardi di bottiglie.

Le cooperative

In vetta Corrado Casoli, presidente di Cantine Riunite

In vetta
Corrado Casoli, presidente di Cantine Riunite

A capotavola c’è l’emiliana cooperativa Cantine Riunite con un consolidato di 615 milioni alimentato per più della metà dal controllato Giv, di gran lunga il maggiore singolo operatore del mercato. Al secondo posto c’è la romagnola Caviro, con un fatturato nella sola area vino di 235,8 milioni e il 10% della produzione nazionale di uva.

Il mondo coop si aggiudica ben nove posti alla tavolata degli over 100, uno in più dello scorso anno, a dimostrazione di un impegno crescente capace di fare alleanze, più dei privati. Fa testo l’iniziativa della romagnola Terre Cevico (14ma con 131,2 milioni) che si è spinta fino in Veneto per acquistare la cantina Montresor trovando anche due compagne di cordata: la coop Valpantena e la coop Vitevis . «Dimostrazione pratica di come una coop sia in grado di valorizzare un marchio privato nel pieno rispetto del legame territoriale dell’azienda», sottolinea Marco Nannetti, presidente di Terre Cevico, protagonista anche dell’accordo con il consorzio concorrente Caviro per la creazione di uno spumante romagnolo da uve Trebbiano (progetto Bolé).

Si va poi a Nordest con altri due big della cooperazione, le trentine Cavit e Mezzacorona che ogni anno giocano a scambiarsi di posto: questa volta Cavit sale al settimo posto con 190,5 milioni (forte progresso dell’area spumanti) e Mezzacorona scende all’ottavo con 188,2 milioni. Un tris veneto completa la rappresentanza della cooperazione al vertice: la Cantina di Soave (incremento oltre il 19%), La Marca vini e Spumanti e Collis Veneto wine group.

In testa sempre l’Emilia Romagna: Cantine Riunite con ricavi a 615 milioni e Caviro. Le coop si rafforzano. I 21 big fatturano 3,7 miliardi

Con 12 posti contro nove, i privati fin qui tengono banco. A condividere il podio con le coop c’è la Fratelli Martini: negli ultimi tre anni l’azienda piemontese che realizza all’estero il 90% del suo fatturato ha marciato fino a conquistare il terzo posto, con una crescita vicina al 15%. Al quarto posto Marchesi Antinori, vanto del vigneto Italia nel mondo: il suo fatturato nella sola area vino è di 213,6 milioni, ma il consolidato sale a 235 milioni consderando anche la Biserno (in società con Ludovico Antinori) e la ristorazione. L’acquisto, lo scorso anno, della Tenuta Farneta di Sinalunga nell’Aretino porta a 1.800 ettari i vigneti di proprietà nella sola Toscana (su un totale di 2.834 ettari) a conferma della politica della famiglia Antinori di arrivare alla completa indipendenza nel fabbisogno di uva al servizio dei suoi vini.

Con 202 milioni di fatturato è la volta della Zonin 1821. Nel gruppo veneto di Domenico, Francesco e Michele Zonin è entrata, con il 36%, la 21 Investimenti di Alessandro Benetton: l’operazione più significativa del mercato 2018. Scavalca due posti e si piazza al sesto posto la Casa vinicola Botter Carlo: una macchina da guerra che opera essenzialmente all’estero. Si consolidano al nono posto Enoitalia della famiglia Pizzolo e al decimo il Gruppo Santa Margherita dei fratelli Gaetano, Luca, Stefano e Nicolò Marzotto che chiude l’anno con ulteriori investimenti e una crescita importante della proprietà viticola. A quota 11 l’Italian wine brands quotata all’Aim e a quota 15 la Marchesi Frescobaldi, altra griffe del made in Italy che guadagna posti e archivia un anno con un incremento a due cifre (13,81%) tra i più brillanti del club, grazie in particolare all’export. Cresce anche Ruffino, braccio italiano della Constellation Brands guidata da Sandro Sartor che scavalca il Mondodelvino Group di Alfeo Martini. A quota 19 la Schenk, satellite italiano dell’omonimo gruppo svizzero: la flessione del fatturato è conseguenza di un cambio di strategia commerciale (marchi propri a più alto valore aggiunto.

In tre anni cinque aziende sono entrate nel club. E altre stanno scaldando i motori: come la Villa Sandi (ricavi a 93,5 milioni) di Giancarlo Moretti Polegato. Ha appena comprato Borgo Conventi, azienda storica del Collio: 30 ettari di vigneti e 300 mila bottiglie prodotte, tra bianchi e rossi friulani.

Le 21 aziende con più di 100 milioni di fatturato

Le 21 aziende con più di 100 milioni di fatturato

Lambrusco, Chianti, Chardonnay: i re dello scaffale

Il fatturato nella grande distribuzione è cresciuto del 3,5%

Meno volumi, più qualità: è la fotografia delle vendite di vino confezionato nella grande distribuzione organizzata, il canale attraverso il quale passa il 75% dei consumi in Italia. L’Istituto di ricerca Iri che ogni anno realizza per conto di Vinitaly un focus dettagliato su questo canale, rivela che nei primi due mesi di quest’anno gli acquisti di vino hanno ricominciato a crescere: più 5,3% le bottiglie da 0,75 litri che rappresentano il vino di maggiore qualità, più 1,7% il volume di tutto il vino confezionato. Sarà vera ripresa? Oppure, come è accaduto nel 2018, il piccolo rimbalzo iniziale si traduce in una flessione a fine anno?
Il mercato incrocia le dita, dopo un esercizio che si è chiuso con 619,4 milioni di litri venduti per un controvalore di 1,9 miliardi, pari a un incremento degli incassi del 2,9% e a un decremento dei volumi del 4,4% (che sarebbe stato anche più sostanzioso senza il contributo dei vini spumanti, in progresso costante).

Che cosa si compra? Lambrusco e Chianti prima di tutto, ma crescono tra i vini rossi il Montepulciano d’Abruzzo e il Primitivo, mentre tra i bianchi, dopo il gettonato Chardonnay, segnano tassi di incremento elevati il Lugana del Lombardo Veneto, la Passerina marchigiana, la Ribolla friulana. Più in generale gli acquisti si orientano sui vini spumanti, bio, doc, a marchio del distributore. Questi ultimi stanno conquistando spazio sugli scaffali e già rappresentano circa il 10% di mercato in valore.

La top ten della GDOChi sono i top ten della grande distribuzione? Anche quest’anno ecco una stima delle quote di mercato dei maggiori operatori, ricavata osservando il lavoro delle aziende comprese nella classifica delle maggiori imprese del mercato vitivinicolo italiano (in uscita le prossime settimane) e anche le etichette più familiari al grande pubblico esposte negli scaffali dei più grandi supermercati.

Come si può vedere si va da una fetta di mercato del 7% appannaggio della Caviro (marchi Tavernello e Botte buona) al 4% del Gruppo italiano vini e al 3% delle Riunite. In pratica le due corazzate cooperative al vertice del mercato, le Riunite (con il controllato Giv) e la Caviro controllano una fetta di mercato di uguale peso. Al di sotto del podio le quote vanno dal 2,5% del Consorzio Terre Cevico all’1,2% della Duca di Salaparuta.

Ma cosa si scopre se si puntano i riflettori sulle bottiglie da 0,75 litri, quelle con i vini di maggior valore che rappresentano da soli un terzo delle vendite? Indagando tra gli addetti ai lavori, emerge che su questo tavolo la top ten nella grande distribuzione organizzato cambia, con il Giv che sale al primo posto seguito da Riunite e Cavit.

Subito sotto il podio c’è Cielo e Terra, mentre Caviro si colloca al quinto posto, seguita da Cecchi, Duca di Salaparuta, Mezzacorona, Marchesi Antinori e Le Chiantigiane.

GDO 2018 ClassificaIn particolare si fanno notare le performance di alcuni marchi come Cavit, in netta crescita sia in volumi che in valore, Marchesi Antinori che opera con il prezzo medio più elevato o ancora Cecchi, che duplica la performance dello scorso anno, risultando la prima azienda toscana nella grande distribuzione (è sua l’etichetta di Chianti più venduta) ma anche una delle poche capaci di spuntare i prezzi medi più elevati: chiaro indice di una buona percezione dei prodotti da parte dei consumatori. Questo plus accomuna le 12 cantine capaci di vendere a prezzi superiori alla media. Chi sono? Da Marchesi Antinori a Santa Margherita, da Frescobaldi a Marchesi di Barolo, da Banfi ad Argiolas, da Cavit a Donnafugata, da Regaleali Tasca d’Almerita a Mionetto, da Mezzacorona a Cecchi.

Cantine private e cooperative: tutte le mosse degli ultimi mesi

Come molti sanno, questo sito è in  primo luogo la casa della classifica annuale delle maggiori aziende vitivinicole del mercato nazionale. Un lavoro unico nel suo genere (è in corso la preparazione della graduatoria 2018) che è anche ospitato nelle pagine de L’Economia del Corriere della sera, in versione ovviamente più ridotta.  Ma non solo.
Nel sito c’è anche la storia di 50 anni del vino italiano, scritta per il volume che Vinitaly ha realizzato per celebrare il suo primo mezzo secolo di vita. E oggi, dopo un lungo periodo di silenzio, riapre il BLOG: per raccontare le più importanti vicende dell’industria nazionale del vino, anche attraverso il punto di vista di colleghi che stimo, e per seguire più da vicino i protagonisti di questa speciale graduatoria, non solo attraverso i numeri.

Acquisizioni, joint venture, apertura del capitale a fondi di private equity, ricorso a strumenti di finanza alternativa, accordi commerciali in casa e all’estero: c’è gran fermento nel mercato vitivinicolo italiano.
In attesa delle prime mosse del 2019, ecco le più importanti dell’ultimo anno.
Il colpo più grosso del 2018 è stato senza dubbio l’ingresso della 21 Invest di Alessandro Benetton nella Zonin 1821, con una spesa di 65 milioni per una quota del 36% del capitale. L’operazione, che passa attraverso un aumento di capitale riservato, riguarda un’ azienda vitivinicola privata, con un giro d’affari superiore ai 200 milioni. E dà vita a una inedita struttura societaria, in cui i tre fratelli Zonin, Domenico, Francesco e Michele, conservano la proprietà e la gestione del gruppo (affiancati dall’ad Massimo Tuzzi), con il contributo decisivo di un azionista di minoranza finanziario, non operativo, che ne riallinea l’assetto patrimoniale, porta know how  e ne sostiene lo sviluppo sulla base di un piano industriale che punta a una crescita del 50% del fatturato in 5 anni e all’approdo in Borsa. Entro l’anno saranno noti i dettagli di questa importante alleanza tra le due famiglie venete anche legate da rapporti di amicizia. E soprattutto si vedrà quale sarà il nuovo passo Zonin nel 2019, senza più la palla al piede dell’indebitamento.
Di certo la durezza del mercato del vino richiede spalle grosse, organizzazione, adeguato sbocco all’estero, massa critica per affrontare gli alti costi di distribuzione. Da qui le tante iniziative concluse nel corso dell’anno, di stampo anche molto diverso l’una dall’altra, di cui sono state protagoniste cantine di tutte le dimensioni, note e meno note.
«L’approccio è differenziato: per le aziende maggiori il punto di arrivo è l’innesto di tipo finanziario finalizzato al sostegno dello sviluppo, alla ricerca di nuovi mercati, alla creazione di un’impresa a trazione internazionale», dice Lorenzo Tersi, fondatore della LT wine & food advisory, tra i maggiori esperti del ramo. E’ il caso Zonin, ma anche della Casa vinicola Botter Carlo, azienda commerciale dai grandi numeri di Fossalta di Piave (all’ottavo posto della classifica 2017 delle maggiori cantine del mercato italiano con 179 milioni di fatturato) che ha ceduto il 22,5% del suo capitale alla Idea Taste of Italy del gruppo De Agostini, operazione funzionale con il progetto di sviluppo e di quotazione a medio termine di Annalisa, Alessandro e Luca Botter, terza generazione della famiglia che da 90 anni guida l’azienda.
L’arrivo nel 2019 di un partner finanziario segnerà l’avvio del polo del gusto che la famiglia Illy ha deciso di affiancare al core business caffè. Oltre al cioccolato Domori, al tè Dammann Freres e alle confetture Agrimontana, il pezzo forte del nascente polo è la cantina Mastrojanni a Montalcino, una delle firme più note del Brunello. Del resto la famiglia triestina sta dedicando impegno ed energie particolari proprio al vino e, al di là dei forti investimenti in Toscana,  Riccardo Illy è pronto a nuove acquisizioni in territori vocati come il Barolo.

Acquisti e vendite

Quando l’impresa è più piccola le strade possono essere diverse a partire dalla più classica: «Il business del vino è interessante ma molto complesso e in questo momento ci sono tante realtà che, anche a seguito di passaggi generazionali, sono pronte a cedere la proprietà», conferma Tersi.
Piatto ricco per i gruppi più attrezzati che hanno capacità e voglia di crescere. «A patto però di cercare l’azienda funzionale al proprio sviluppo» chiosa Tersi.
Un modello di crescita che appare ottimale è quello della famiglia veneta Tommasi, una delle più note nella Valpolicella classica, che nell’arco di pochi anni ha messo insieme un gruppo, Tommasi family estates,  con un giro d’affari di oltre 25 milioni di euro. Quarta generazione in campo, un passo dopo l’altro, Tommasi oggi si estende dal Veneto alla Lucania (azienda Paternoster) e alla Puglia (Masseria Surani), passando per l’Oltrepò Pavese (Tenuta Caseo) e la Toscana dove, proprio quest’anno ha fatto fatto l’en plein, affiancando alle proprietà di Montalcino (Podere Casisano) e della Maremma (Poggio al Tufo) anche una presenza nel Chianti classico con l’ingresso nella Fattoria La Massa di Panzano in Chianti, accanto al fondatore e vigneron Giampaolo Motta e all’imprenditore Ermen Minari. «Il nostro intervento garantisce la possibilità di maggiori investimenti e la nostra struttura commerciale e organizzativa permetteranno di allargare i mercati e portare i vini di Fattoria La Massa in tutto il mondo», afferma Dario Tommasi presidente del gruppo veneto.
La ricerca della maggiore taglia e di un portafoglio vini più ampio e attraente è il comune denominatore di molte iniziative. Fontanafredda, storica cantina piemontese di Oscar Farinetti (60 milioni di fatturato, 31mo posto in classifica) è sbarcata quest’anno in Toscana, nel Chianti classico, rilevando dalla famiglia tedesca Werner Ernest Wilhelm Il Colombaio di Cencio a Gaiole in Chianti con più di 100 ettari di terra, di cui 15 a vigneto. Acquisizione che aggiunge un altro tassello alla collezione vinicola di Farinetti, che spazia dal Friuli al Piemonte, dal Veneto alla Sicilia dove è approdato di recente con la Borgogno, altra cantina piemontese di proprietà, per creare sull’Etna la Villa dei Baroni, in joint venture con Francesco Tornatore.
E’ sempre più ampia e più forte la proprietà toscana di Cecchi (più di 39 milioni di fatturato, 47mo posto in classifica) potenziata con l’acquisizione di 6 ettari a Montalcino; Roberto Conterno, barolista tra i più affermati alla guida della Giacomo Conterno di Monforte d’Alba, ha comprato la Nervi, antica cantina di Gattinara nel Vercellese; le sorelle Maria Elena, Elvira, Luisa e Giuliana Bortolomiol, alla guida dell’ultracentenaria cantina che porta il loro nome, firma del Prosecco superiore di Conegliano Valdobbiadene, hanno aggiunto un rosso toscano alle loro bollicine venete,  grazie all’investimento fatto nel Podere La Canonica, piccola realtà al confine tra San Giovanni d’Asso e Montalcino (i due comuni fusi di recente).
Marchesi Antinori, la prestigiosa realtà toscana proprietaria di 2.880 ettari di vigne, non va in giro a cercare aziende,  ma non perde occasione per potenziare il suo patrimonio di vigneti, da sempre un asset strategico per la griffe toscana presieduta da Albiera Antinori: altri 100 ettari sono entrati in famiglia quest’anno grazie all’acquisto della Tenuta Farneta di Sinalunga, nell’aretino portando a 1800 l’estensione di vigneti nella sola Toscana.

Vino e finanza

Acquisti e vendite, ma non solo. Se per crescere c’è bisogno di investimenti importanti, ecco i nuovi strumenti della finanza.
Lo scorso settembre la storica cantina siciliana Tasca d’Almerita (più di 19 milioni di fatturato, 54.4% export) , sottobraccio a  Iccrea BancaImpresa, ha emesso un minibond del valore di 3 milioni di euro, per sostenere la sua crescita sui mercati internazionali e valorizzare il progetto Tascante, la nuova tenuta sull’Etna,«tra le aree di maggiore interesse sul mercato internazionale», sottolinea Alberto Tasca ceo dell’azienda e ottava generazione di una famiglia che ha avuto grande parte nella crescita enologica siciliana. «Tascante è la sintesi esatta della nostra idea di vigneto sul vulcano più alto d’Europa: 30 ettari complessivi di cui 17 vitati, quasi 200 muretti a secco, oltre 100 terrazzamenti, 5,5 ettari di castagni, 355 piante di ulivo. Questa nuova sfida è una delle tante che l’azienda ha previsto nel suo piano di sviluppo con l’obiettivo di una forte crescita all’estero».
Fa parte del circuito Elite di Borsa italiana la Velenosi vini (8 milioni di fatturato, 60% export) ambiziosa e capace cantina marchigiana che per aumentare la sua capacità produttiva e investire anche in prodotti a lungo invecchiamento ha emesso un prestito obbligazionario di 3 milioni di euro sottoscritto da Anthilia Capital Partners  attraverso i suoi fondi Anthilia bond impresa territorio e Anthilia Bit Parallel  che investono in bond creati ad hoc per le piccole e medie imprese. Senza entrare in dettagli tecnici, l’emissione è garantita dal Fondo europeo investimenti sulla base dell’accordo sottoscritto da Fei e Anthilia e l’advisor e arrenger è Sida group. «Velenosi opera in un territorio emergente ed è l’esempio di un’imprenditorialità che ha saputo evolversi nel tempo», dice Angiolina Piotti socio e co amministratore della cantina marchigiana.

L’allungo delle Coop

Si muove anche il mondo della cooperazione. Uno dei suoi più grandi attori, la romagnola Terre Cevico (112,7 milioni di fatturato, 15ma in classifica) è arrivata in Veneto, e precisamente in Valpolicella, comprando Montresor dalla famiglia proprietaria. Ma la coop di Lugo di Romagna (Ravenna) non si è fermata qui: ha infatti cercato e trovato due compagne di cordata: la coop Valpantena che opera nell’area della Valpolicella e la coop Vitevis attiva nella zona del Prosecco, del Soave e del Pinot grigio. «E’ la dimostrazione pratica di come una coop possa valorizzare un marchio privato, nel pieno rispetto del legame territoriale dell’azienda», sottolinea il presidente Marco Nannetti,  protagonista anche dell’accordo realizzato con il consorzio concorrente Caviro per la creazione di Bolé, neonato spumante romagnolo figlio del vitigno Trebbiano: «In soli 8 mesi si è sviluppata una notorietà inaspettata intorno a questo nostro vitigno», commenta Nannetti.
E’ un’alleanza funzionale allo sviluppo dell’export sul mercato svizzero quella realizzata tra il Giv, (il Gruppo italiano vini, controllato dalle Cantine Riunite,  con 385 milioni di fatturato) e Granarolo, il gruppo lattiero-caseario di Bologna con circa 1,3 miliardi di ricavi nel 2017. Lo strumento è la Comarsa, la società controllata da Granarolo, leader nella vendita di food italiano in Svizzera, di cui il gruppo veneto presieduto da Corrado Casoli ha acquisito l’11% del capitale: una fiche che segna l’ingresso della voce vino nel portafoglio della società di distribuzione.
Di altro segno la mossa di Terre Cortesi Moncaro, la maggiore coop marchigiana, con base a Montecarotto (Ancona) e un fatturato di 23,1 milioni  (al 65mo posto in graduatoria). Presieduta da Doriano Marchetti, Moncaro ha aperto la sua base sociale alla svedese Winemarket Nordic, suo principale distributore scandinavo (fa capo al gruppo Viva wine & spirits) che è entrato in qualità di socio finanziatore con il 18% delle quote e una rappresentatività in assemblea del 14,2% dei voti. L’operazione segna il primo ingresso di un socio estero privato nel mondo della cooperazione italiana e l’obiettivo, oltre al riequilibrio finanziario, è il supporto per lo sviluppo internazionale.

GIOVANI,NEWENTRY E GRIFFE NELCLUB DA CENTO MILIONI

Più due. Al giro di boa dell’eserci- zio 2017, si allunga di due posti la tavolata delle maggiori aziende vitivinicole italiane, con un giro d’affari superiore a 100 milioni. Entrano nel- l’esclusivo club over 100, due marchi protagonisti di una crescita superiore alla media e divisi da pochi spiccioli: il Mondodelvino group, giovane realtà con base a Forlì che si piazza al dicias- settesimo posto con 106,84 milioni di ricavi (più 10% sul 2017) e la Ruffino, im- portante braccio italiano dell’america- na Constellation brands, che entra a quota 18 con 106,83 milioni (più 8%). Sa- le così a 19 il numero dei big del merca- to: due in più dello scorso anno e 5 in più rispetto alla fotografia a fine 2016.

L’exploit dei marchi

In occasione della 52ma edizione del Vinitaly, ecco nella tabella in pagina l’anticipazione di alcuni dati dei mag- giori competitor alla testa dell’esclusiva classifica delle più grandi cantine italia- ne che sarà pubblicata nelle prossime settimane. Al di là delle new entry,

la classifica 2017 contiene un’altra grossa novità: conquista il terzo posto e sale sul podio, una grif- fe prestigiosa del made in Italy, la Marchesi Antinori: realtà privata squisitamente produt- trice, è sinonimo di altissima qualità, come rivela anche il suo fatturato di oltre 202 mi- lioni (per il solo core business vino), alimentato da una pro- duzione di 23,4 milioni di bot- tiglie, nettamente inferiore a quella delle altre aziende di di- mensione analoga. Tutti insie- me, i 19 big rappresentano un fatturato che supera i 3,3 mi- liardi, esportazioni per più di 2,3 miliardi e una produzione di oltre 1,2 miliardi di botti- glie.

Sul podio

Ancora una volta, al vertice del mercato c’è la cooperativa emiliana Cantine riu- nite con il controllato Giv, che alimenta la sua capogruppo con ricavi per 385 milioni. Al secondo posto, con un fattu- rato della sola divisione vino di 220,7 milioni (l’unico in lieve flessione tra i big) c’è la Caviro di Faenza, cui fa capo il 10% della produzione nazionale di uva.

In totale la cooperazione si aggiudica otto posti nel club over 100. Chi li occu- pa? Oltre alla coppia sul podio, ci sono le due eterne rivali trentine Mezzacorona (il suo incremento non è significativo perché il fatturato 2016 era di soli 11 me- si) e Cavit, al sesto e settimo posto. A quota 12 troviamo la sorprendente La Marca vini e spumanti, specializzata nella produzione di Prosecco: sbarcata nell’Olimpo un anno fa, è già salita di quattro posizioni, grazie a una crescita di oltre il 30%. Ancora una coop che corre: è il gruppo Collis Veneto che cresce dell’8% superando Terre Cevico, mentre Cantina di Soave tiene la sua posizione al tredicesimo posto.

Tra le cantine private, la Zonin 1821 ce- de il passo ad Antinori scendendo al quarto posto con ricavi per oltre 200 mi- lioni. Si scende sotto 200 con la piemon- tese Fratelli Martini che sfoggia un altro anno al galoppo (ricavi +13,3%) guada- gnando posizioni; cresce di oltre l’8% la Carlo Botter, numero uno all’export e vola anche Enoitalia (+ 14,5%) salendo al nono posto. Si conferma tra i protagoni- sti più in forma del settore il gruppo Santa Margherita, fresco di shopping in Lombardia (Ca Maiol) e Sardegna (Can- tina Mesa). Le due acquisizioni entrano sul filo nel consolidato che raggiunge i 168,7 milioni. Ha appena allargato la sua rete anche l’ Italian Wine Brands, quota- ta all’Aim con un flottante dell’80%: un- dicesima, con 149,7 milioni, ha acquisi- to, attraverso la controllata Giordano, la torinese Pro.di.ve. proprietaria della piattaforma di vendita on line Svinando wine club (centomila utenti registrati, 1 milione di fatturato) .

Anticipazioni 2017

IL CLUB DEI 100 MILIONI BRINDA A DUE NUOVI SOCI

Con la toscana Marchesi Frescobaldi e La Marca, il gruppo dei leader sale a 16
In testa sempre Cantine Riunite e Caviro. Boom per Santa Margherita, Martini e Botter

utte insieme rappresentano un fatturato di oltre 2,8 miliardi, un export che sfiora 1,9 miliardi e più di un miliardo di bottiglie. Ecco il club dei big del vino, le cantine che van- tano un giro d’affari superiore a 100 mi- lioni in chiusura dell’esercizio 2016. Alla vigilia della 51ma edizione del Vinitaly (Verona 9-12 aprile), la tabella anticipa alcuni dati dei maggiori competitor, al vertice della classifica delle oltre 100 cantine che sarà pubblicata nelle pros- sime settimane. Novità del 2016: il club dei 100 milioni si allarga e ora conta 16 protagonisti, 2 in più dello scorso anno.

3aprile17- anticipazioni classifica vino

Protagonisti

Le new entry? Marchesi Frescobaldi, storica casata toscana di proprietà dell’omonima famiglia, si presenta con un fatturato che raccoglie azien- de produttive e altre attività del grup- po. La Marca vini e spumanti, è invece una coop veneta che sfoggia un incre- mento stratosferico del 33,7%, grazie al suo impegno concentrato nella produzione del Prosecco, le bollicine superstar che hanno messo il turbo agli affari di tanti produttori del Nor- dest. Con poco più di 100 milioni a te- sta, Frescobaldi e La Marca si accomo- dano dunque di diritto alla tavolata dei big, accanto ai 14 habitué che da anni gareggiano nella fascia alta delmercato.

A capotavola, irraggiungibile, c’è la coop emiliana Cantine riunite, con il controllato Gruppo italiano vini, tito- lare di un fatturato consolidato di 566,1 milioni di euro; al posto d’onore la Caviro di Faenza, corazzata della co- operazione con 227,2 milioni nella sola divisione vino; al terzo posto, con 193 milioni, la veneta Zonin 1821, la maggiore casa privata, proprietaria di aziende e vigneti in tutta Italia.
Al quarto posto Marchesi Antinori. Con 192,2 milioni nel solo vino (il con- solidato è di 218 milioni) la maison to- scana rappresenta, tra l’altro, la più importante proprietà viticola privata (2.681 ettari di vigneti) e una capacità reddituale al top. Lascia la quinta po- sizione scendendo all’ottava, la coop Mezzacorona: il motivo è tecnico e di- pende da un bilancio composto da so- li 11 mesi (per ragioni di contabilità, dovute alle continue anticipazioni della vendemmia) e il risultato non è quindi comparabile con il 2015. Al suo posto sale il consorzio trentino Cavit (+6,65% di crescita), seguito da due aziende private: la piemontese Fratelli Martini che ha ricominciato a corre- re (+9%) e la veneta Casa vinicola Bot- ter. Entrambe evidenziano una pre- ponderante attività all’export.

Riorganizzare paga

Guadagna due posizioni il gruppo ve- neto Santa Margherita (più 32,8%). L’exploit si deve principalmente alla riorganizzazione realizzata negli Stati Uniti, con l’avvio della nuova control- lata a Miami e la commercializzazione diretta di tutti i brand. Da anni il grup- po dei fratelli Marzotto sta macinando anni risultati sopra la media. Seguono l’Enoitalia della famiglia Pizzolo (in- cremento superiore al 9%) e l’Italian wine brand (quotata in Borsa, sul mer- cato Aim), due espressioni operative di taglio squisitamente industriale.

Stando ai dati complessivi di mercato dell’Osservatorio del vino, il campione composto dai 16 big pesa per il 22,2% sul fatturato totale (stima 12,8 miliar- di) e per il 33,8% sui 5,6 miliardi di export.
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Puglia: cinque cantine, cinque primati

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Chianti Classico: 300 anni e tre nuove sfide

img_9433.jpgLa candidatura a patrimonio dell’umanità dell’Unesco, la costituzione del distretto rurale del Chianti, l’alleanza con lo Champagne: ecco le tre nuove sfide del Chianti Classico dopo la grande festa che ha celebrato i suoi primi 300 anni di storia.

Tutto ha inizio il 24 settembre del 1716, quando il granduca Cosimo III de’ Medici emise un bando con il quale vennero stabilite quattro zone di produzione: Chianti (oggi Chianti classico), Pomino, Valdarno di Sopra e Carmignano.

Esattamente 300 anni dopo, il 24 settembre 2016, a Firenze, i presidenti dei quattro Consorzi oggetto del bando, Sergio Zingarelli, per il Chianti classico, Fabrizio Pratesi per il Carmignano, Federico Giuntini Antinori per il Pomino Chianti Rufina e Luca Sanjust per Valdarno di Sopra hanno celebrato i primi tre secoli di storia e al tempo stesso il primo esempio di delimitazione di zona di origine dei vini in Italia e nel mondo.

E’ stata una bella festa. Cerimonia di apertura nel prestigioso Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, lo stesso in cui fu siglato il bando del granduca e dove si trova l’allegoria del Chianti del Vasari, pomeriggio all’Opera di Firenze con la partecipazione del presidente del consiglio Matteo Renzi e la presentazione di iniziative importanti; concerto culminato con il brindisi della Traviata, cena e strepitosi fuochi d’artificio, prima di ritrovarsi il mattino dopo nel Chiostro della Basilica di San Lorenzo per la grande degustazione di ben 200 vini delle quattro aree vinicole. Il tutto sotto la regia di un’organizzazione perfetta.

Archiviata la festa 10 e lode arrivano le nuove sfide.

In primo luogo la proposta di candidare il territorio del Chianti a patrimonio dell’Umanità dell’Unesco, e non meno importante la costituzione del Distretto rurale del Chianti, un progetto che covava da 25 anni, nel quale il vino figurerà al centro dello sviluppo complessivo dell’intero territorio.

Dopo vari tentativi, alla fine qualcosa si è smosso e a Firenze, in occasione dello storico compleanno, è arrivata la firma dei sindaci dell’area chiantigiana. Superate le incomprensioni del passato, l’iniziativa prende quindi le mosse, anche se l’assenza del sindaco di Gaiole al Teatro dell’Opera rivela la necessità di ulteriori sforzi. Si vedrà quali saranno i tempi perché lo strumento del Distretto che tanta utilità potrà dare all’area chiantigiana possa passare dalle carte all’operatività.

E’ invece vicinissimo l’accordo di collaborazione tra il Consorzio del Chianti classico e il Consorzio dello Champagne: alle spalle c’è l’antico gemellaggio tra Firenze e Reims datato 1954, all’orizzonte un protocollo di intesa che potrebbe essere siglato prima della fine dell’anno.

img_9458.jpgSarà questa la ciliegina sulla torta per una denominazione che non è mai stata così in img_9457.jpgforma. Come si legge nel suo passaporto, il chianti classico docg conta 10 mila ettari vitati e una produzione media di 35 milioni di bottiglie esportata in 100 paesi. Negli ultimi cinque anni le vendite hanno registrato una crescita del 35% grazie anche al rilancio complessivo della denominazione culminato con la creazione della Gran Selezione , nuova tipologia di Chianti classico sbarcata sul mercato due anni fa .«Nata dall’esigenza di valorizzare le punte qualitative del Chianti classico, la Gran Selezione rappresenta circa il 4% delle vendite dei vini del Gallo nero», precisa il presidente del Consorzio Sergio Zingarelli sottolineando come la Gran Selezione «abbia già riscosso successi di critica posizionandosi in breve tempo nella sfera delle eccellenze enologiche mondiali».

Il Consorzio del Gallo nero, primo costituito in Italia più di 90 anni fa, conta 580 soci. Guidato da Giuseppe Liberatore rappresenta un fatturato globale stimabile in più di 700 milioni di euro e un valore della produzione vinicola imbottigliata di circa 400 milioni di euro.

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